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  Scritti di altri autori  »  I maestri della poesia  »  Tra San Mauro e Savignano, di Giovanni Pascoli 15/02/2015
 

Colgo l'occasione del bel saggio di Caterina Trombetti su Giovanni Pascoli (vedasi sezione letteratura) per riportare una poesia di colui che per me rientra tra i preferiti. Tratta da I canti di CastelvecchioTra San Mauro e Savignano, è frutto del ritorno a San Mauro, un ritrovare la terra natia che se da un lato è motivo di gioia, dall'altro è causa di tristezza, perché li riposano nell'eterno sonno i genitori. Il senso della morte, la vita vista come sofferenza è innato in Pascoli, tanto che il suo decadentismo può essere definito connaturato, e non quindi frutto di ricerca ed esperienza letteraria.    

 

Tra San Mauro e Savignano 

di Giovanni Pascoli

 



Una voce ora udii nel camposanto. 
- Dal tetro sonno in pieno dì mi scosse 
un lungo squillo che parea di pianto. 
E... Oh! speranza del mio cuor superba! 
I miei cari lasciai nelle lor fosse 
dormire avvolti in bianche fibre d'erba. 
Cantavano un soave inno le trombe, 
di pianto e gloria; ed echeggiava lento 
su l'immobilità delle altre tombe. 
La mia sussultò sola. Era d'un grande 
popolo il passo... mi parea che al vento 
s'esalasse l'odor delle ghirlande... 
Chi venne in pia soavità di rose 
alla sua pace? Forse... Ora che ai vivi 
apri l'anime, o notte, ombri le cose; 
vado: la voglio rimirar, con l'orme 
del pensiero ma già sui semprevivi 
calma, la fronte di colui che dorme. 
Odor di fiori mi conduce ov'egli 
dorme... Non è chi mi sperava il cuore. 
Non è. Non è... Ma chi sei tu? Tu vegli! 
Oh! non hai pace!... Io so chi sei... chi eri. 
Tu sei colui che uccide e che poi muore. 
Oh! son anni, son anni anni... Fu ieri. 
Tu non hai fatto che bagnar la fossa 
tua del mio sangue. E tu davi la morte 
che ignoravi? Ma eri anche tu d'ossa. 
L'uomo non ti punì? Tu dalla vita 
giungi tra i fiori? Hai oggi dalla morte 
la pena che sarebbe oggi finita. 
Riposeresti... Oh! i figli miei! Tu giungi 
or dalla vita. Alcuni già qui sono 
con me, con noi. Gli altri, non so, ma lungi. 
Una dormiva ancora nella culla. 
Tutti piccoli, tristi, in abbandono 
e scoramento... Ne sai nulla?... Nulla. 
Avevi i tuoi... Ma io, io ombra esangue, 
io di qui sopra le lor nude vite 
getto il mantello del mio puro sangue. 
Se fanno il male, li difendo io, sorto 
su loro. Uomini, me me non punite, 
se chi m'uccise, infuria su me morto! 
Se poi si sono stretti, umili e proni 
al lor destino e nella terra amara 
per bontà loro vollero esser buoni; 
oh! benedetti! E il tristo ieri adorni 
oggi di fiori semplici la cara 
miseriola dei lor miti giorni. 
Ma se alcuno di loro, dallo stento 
della sua giovinezza, a poco a poco 
avesse alzato, oh! non la fronte e il mento, 
ma il cuore! il cuore! se dalla sua creta 
insanguinata avesse tratto il fuoco! 
se fosse, quel mendico, ora un poeta! 
fosse un consolatore, egli cui niuno 
consolò! fosse, il derelitto, un forte! 
un grande fosse l'orfano digiuno!... 
Io sogno! Io sogno, o muto autor del male! 
ma se di quelli che dannasti a morte 
col padre loro, fosse, uno, immortale! 
Oh! se qui, con soavi inni, a' suoi morti 
ch'egli amò tanto, il popolo suo mai, 
in un giorno d'amor, non lo riporti; 
io là sarò, col figlio mio sepolto, 
che mi ridona ciò che gli donai, 
che m'ha ridato ciò che tu m'hai tolto! - 
Oh padre!... Gli astri... Vega, Aquila, Arturo... 
splendeano sopra il camposanto oscuro...

 

 

 
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