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  Scritti di altri autori  »  I maestri della poesia  »  Sereno, di Giuseppe Ungaretti 23/05/2015
 

Giuseppe Ungaretti è forse il poeta che meglio ha saputo esprimere la tragedia della Grande Guerra, proprio lui che era partito volontario e che quasi subito bella dura realtà aveva smarrito il senso mistico ed eroico di un conflitto che si sarebbe ben presto rivelato un ecatombe di morti. Il senso di precarietà dell'esistenza in trincea, quando era sempre possibile che la morte si svelasse, lo indusse a gettar giù sulla carta le sue sensazioni in versi brevi, ma densi di significato. Era nata così quella corrente letteraria che assunse poi il nome di ermetismo, i cui componimenti non erano di immediata comprensibilità, ma richiedevano un'analisi attenta e approfondita. Eppure le poesie di Ungaretti sono relativamente semplici, nonostante il ricorso continuo a metafore, come quella segue, scritta dopo la battaglia del solstizio del giugno 1918, nel corso della quale si erano infrante le residue speranze degli austriaci di dare una svolta, a loro favore, di quella guerra. Ora il nemico è meno pericoloso, anzi è prossimo al collasso, e allora si può avere la serenità di volgere gli occhi al cielo, prima nascosto dalla nebbia dell'incertezza, e che ora rivela le splendenti stelle. Nel poeta si insinua un senso di beatitudine, temperato però dalla consapevolezza del destino di tutti gli uomini, in guerra o in pace, di non essere altro che un lampo di luce nel buio dell'eternità.

 

Sereno

Bosco di Courton luglio 1918

di Giuseppe Ungaretti

 

 

Dopo tanta

nebbia

a una

a una

si svelano

le stelle

Respiro

il fresco

che mi lascia

il colore del cielo

Mi riconosco

immagine

passeggera

presa

in un giro

immortale

 
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