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  Scritti di altri autori  »  I maestri della poesia  »  La donna di città, di Ferdinando Camon 14/01/2016
 

Pochi chilometri, si esce dall'agglomerato urbano e su va in campagna, ma si torna anche indietro nel tempo, come se, fra i campi, l'orologio fosse sempre fermo.

 

 

La donna di città

di Ferdinando Camon

 

 

Mi dicevano che era la mia fine.

Risposi che c'è un momento

in cui si ama la propria morte.

E ho tentato la grande sorte:

ho sposato una donna di città.

 

Adesso, quando ritorno,

senza preavvertire gli amici

(non sarebbe una cosa seria:

tanto, son sempre lì, confitti

da un'antica miseria)

le donne-nate-schiave

ci vengono d'attorno.

 

Nel cortile del casolare

mi s'informa di tutto:

chi è all'ospedale

e chi è militare.

Altro mai non avviene: sono fuori

storia. Tutto è come allora, al principio dei tempi:

barbare angosce, ancestrali dolori.

 

Io mi siedo in disparte, osservo, odo

i commenti della turba contadina

che prende in consegna la sposa bambina,

ne godo e non ne godo.

Servirla

è un onore. Guardarla,

ma non visto. Toccarla

non si può.

La mirano mentre svetta

svelta

in ogni suo gesto perfetta

non come una cosa venuta

di cielo in terra a miracol mostrare,

ma come creatura pasciuta

di vino

dolce e di carne scelta.

 

Da Dal silenzio delle campagne (Garzanti, 2014)

 
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