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  Scritti di altri autori  »  I maestri della poesia  »  Non avevo genio, di Edgar Lee Masters 14/07/2018
 

Non è solo una questione di gusti quando un’opera in rilettura suscita ancora una grande emozione, ma è la prova tangibile che lì c’è qualcosa che appassiona, che non finisce di stupire, che incoraggia a soffermarsi e a riflettere. Quanto é varia la vita e pur nella sua brevità ne siamo i protagonisti, nel bene e nel male, nella buona e nella cattiva sorte; sappiamo di non essere eterni, ma proprio per questo è desiderio di lasciare una traccia di noi. Le epigrafi sulle lapidi sono spesso scontate e quasi più nessuno le legge; due righe, invece, che dicano ciò che siamo stati, in un libro scritto da mani sapienti forse riescono a vincere il vento del tempo, forse consegnano ai posteri ciò che fu la nostra vita. L’Antologia di Spoon River, con le sue epigrafi, è riuscita a portare fino a noi i suoi defunti, già da un secolo e non è quindi poco, e forse, con un po’ di fortuna e se le genti non dimenticheranno nel tempo a venire la bellezza della poesia, l’eternità potrebbe non essere un sogno.



Non avevo genio

di Edgar Lee Masters



I miei genitori credevano che sarei stato
grande come Edison o più grande:
perché da bambino costruivo dei palloni
e splendidi aquiloni e giocattoli con gli orologi
e piccole macchine con rotaie per andarci sopra
e telefoni fatti di filo e scatole di latta.

Suonavo la cornetta e dipingevo quadri, 
modellavo in argilla e feci la parte
del cattivo nell'Octoroon,

Ma poi a ventun'anni mi sposai
e dovevo vivere, e così per vivere
imparai il mestiere di fare gli orologi
e tenevo la gioielleria sulla piazza,
pensando, pensando, pensando, pensando,
non agli affari, ma alla macchina
e ai calcoli per poterla costruire.

E tutta Spoon River osservava e attendeva
di vederla funzionare, ma mai funzionò.
E qualche anima gentile pensava che il mio genio 
fosse in qualche modo intralciato dal negozio.

Non era vero. La verità era questa: 
non avevo genio. 




 
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