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  Scritti di altri autori  »  I maestri della poesia  »  Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, di Cesare Pavese 25/01/2011
 

Cesare Pavese era un intellettuale a tutto campo: traduttore, narratore, saggista e poeta. Caso raro,  eccelleva in tutte queste attività, ma in lui albergava un male oscuro, un'intima insoddisfazione con la presenza ossessiva della morte, che ritroviamo in diversi suoi testi, quella morte a cui corse incontro, invece di attenderla, il 27 agosto 1950, ingerendo una dose massiccia di barbiturici. Già provato psichicamente, la fine della sua relazione con Romilda Bollati, a cui dedicò i versi che seguono, lo indusse a superare l'ultima barriera, quel fragile ostacolo che lo teneva in vita, ma sempre irresistibilmente attratto dall'idea di valicarlo.   

 

 

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
di Cesare Pavese

 

 

 

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

 
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