Area riservata

Ricerca  
 
Cookies Policy  
 
Diritti d'autore  
 
Biografia  
 
News  
 
Canti celtici  
 
Il cerchio infinito  
 
Bell'Italia  
 
Poesie  
 
Racconti  
 
Scritti di altri autori  
 
Editoriali  
 
Recensioni  
 
Letteratura  
 
Libri e interviste  
 
Freschi di stampa  
 
Intervista all'autore  
 
Il mondo dell'editoria  
 
Fotografie  
 
 
  Poesie  Narrativa  Poesie in vernacolo  Narrativa in vernacolo  I maestri della poesia 

  Scritti di altri autori  »  I maestri della poesia  »  Racconto d'inverno, di Dylan Thomas 24/03/2011
 

Provate a mettere in poesia un racconto e vedrete subito le grandi difficoltà che si incontrano. Non sembra così per Dylan Yhomas, il cui virtuosismo eccelle in Racconto d'inverno.

 

 

Racconto d'inverno

di Dylan Thomas



È un racconto d'inverno

Che il crepuscolo cieco di neve traghetta sui laghi
E i campi galleggianti, dal podere nella conca delle valli,
E scivola via senza vento tra i fiocchi avvolti da mani,
Col pallido fiato del bestiame nella vela furtiva,
E la fredda caduta di stelle,
E il sentore di fieno nella neve, e il lontano ammonimento
Del gufo dagli ovili, e il gelido chiuso affollato
Dal bianco gregge che fuma dal camino della casa fra i campi
Nelle valli viaggiate dal fiume dove il racconto fu narrato.
Un giorno che il mondo invecchiava
Su una stella di fede pura come il pane ammucchiato dal vento,
Come le fiamme e il nutrimento della neve, un uomo svolse
Il rotolo di fuoco che bruciava nella sua testa e nel suo cuore,
Solo e tormentato in una casa di campagna in un ovile
Di campi. E allora ardendo
Nella sua isola dai bagliori di fuoco, circondata da ali di neve,
Fra i mucchi di letame candidi come lana e le galline
appollaiate
Che dormono, tutte gelate, finché la fiamma del canto del gallo
Non rastrelli le aie ammantate, e gli uomini del mattino
Escano con la vanga, inciampicando,
E il bestiame si muova, il gatto cerchi i topi con passo felpato,
Gli uccelli in caccia saltellino arruffati, le ragazze del latte
Gìrino in zoccoli leggère sopra il cielo caduto, e tutta quanta
La fattoria si svegli alle sue bianche faccende,
Egli s'inginocchiò, e pianse, e pregò,
Presso lo spiedo e il nero paiolo al chiarore del ceppo,
Presso la ciotola e il pane tagliato fra le ombre danzanti,
Nella casa imbacuccata, nel vivo della notte,
In punto d'amore, sgomento e abbandonato.
S'inginocchiò sulle gelide pietre,
Pianse dalla vetta del dolore, pregò il cielo velato
Che la sua fame se ne andasse urlando su bianche ossa spogliate,
Oltre le statue delle scuderie e i porcili dal tetto di cielo
E lo stagno vitreo delle anatre e le accecanti stalle delle mucche,
Solitaria alla casa delle preghiere
E dei fuochi, dov'egli andrebbe in cerca di preda nella nuvola
Del suo amore cieco di neve e balzerebbe nelle candide tane.
Il suo bisogno nudo lo sferzava urlante e prostemato,
Benché non s'udisse alcun suono per l'aria avvolta da mani,
Ma solo il vento che accordava
La fame degli uccelli nei campi del pane fatto d'acqua, agitati
Nel grano alto, il raccolto disciolto sulle lingue.
E il suo bisogno innominato lo incatenò smarrito e bruciante,
Mentre freddo come neve avrebbe voluto viaggiare le valli
Tra i fiumi sboccanti nel buio,
E affogare nei flutti del suo desiderio, e rannicchiarsi
Nel centro sempre bramoso della candida culla
Inumana e nel letto nuziale in eterno anelato
Dal credente perduto e dal reietto escluso dalla luce.
Sàlvalo, gridò allora,
Perdèndolo tutto nell'amore, e scaglia il suo desiderio
Nudo e solo nell'abisso della sposa,
Perché mai cresca nei campi del candido seme o germogli
Sotto la carne morente del tempo a cavalcioni.
Ascolta. I menestrelli cantano
Nei villaggi defunti. L'usignuolo,
Polvere nel bosco sepolto, vola con ali sfarinate
Sillabando ai venti dei morti il suo racconto d'inverno.
La voce della polvere dell'acqua narra dalla sorgente
Disseccata. Il torrente aggrinzito
Balza con acque latranti e campane. La rugiada tintinna
Sopra le foglie triturate e sul dissolto scintillio della provincia
Della neve. Le bocche scolpite nella roccia sono corde sfiorate!
Dal vento. Il tempo canta dal morto intrico del bucaneve.
Ascolta.
Una mano, o un suono,
Nel paese di tanto tempo fa, aprì la nera porta,
E là fuori, sul pane della terra, s'alzò un uccello-donna
E sfolgorò come una sposa in fiamme. Come un'alba spuntò
E il suo petto aveva piume di porpora e di neve.
Guarda. E sul morto prato
Cespuglio so di neve danzano i ballerini, lascivi al chiaro di luna
Come polvere di colombi. Esultanti, i solenni cavalli, morti
Centauri, girano scalpitandonei bianchi recinti inzuppati
Delle fattorie degli uccelli. La quercia morta va in cerca
d'amore.
Le membra scolpite nella roccia
Sussultano, come a trombe. Danza la calligrafia d'antichissime
foglie.
I segni dell'età sopra le pietre s'intessono in un bioccolo.
La voce d'arpa della polvere dell'acqua pizzica le sue corde in
un ovile
Di campi. Per amore, risorge l'uccello-donna d'un tempo.
Guarda.
E le ali selvagge si levarono
Sopra il suo capo avvolto, e la voce di soffice piuma
Volò attraverso la casa come un inno di lode,
E tutti gli elementi della lenta caduta gioirono che un uomo
S'inginocchiasse solitario nella conca delle valli,
Nel manto e nella calma,
Presso lo spiedo e il nero paiolo, al chiarore del ceppo.
E il cielo degli uccelli nella voce piumata lo sedusse ad alzarsi,
Ed egli corse come vento dietro il volo di fiamma, oltre i ciechi
granai,
Oltre le stalle delle mucche della fattoria senza vento.
Nei poli dell'anno, mentre i merli
Simili a preti morivano sulle siepi ammantate, e sulla tunica
Delle contee cavalcando i colli lontani s'appressavano,
Sotto alberi dall'unica foglia uno spauracchio di neve
Corse attraverso le macchie con corna di cervo, mucchio di
stracci,
E di preghiere, giù per le collinette
Alte fino al ginocchio, e a voce alta sui laghi intirizziti,
Tutta la notte sperduto e a lungo seguendo le tracce della
femmina-
Uccello, attraverso i tempi e le terre e le tribù dei lenti fiocchi.
Ascolta e guarda dove ella veleggia sul mare d'oche spiumate:
Il cielo, l'uccello, la sposa,
La nube, il desiderio, le stelle seminate, la gioia
Oltre
i campi del seme e della carne morente del tempo a
cavalcioni,
Il paradiso, il cielo, la tomba, l'acquasantiera ardente.
Nel paese d'allora, si spalancò la porta della sua morte
E l'uccello discese.
Su un colle bianco come pane sulla fattoria nella conca
Sui laghi e i campi galleggianti e le valli viaggiate dal fiume
Dov'egli implorava di giungere al male estremo e alla casa
Delle preghiere e dei fuochi, il racconto ebbe fine.
La danza smuore sul bianco !
Che più non rinverdisce e, morto menestrello,
Il canto s'interrompe nei villaggi dei sogni calzati di neve
Che un tempo scolpivano forme d'uccelli nel pane alto
E sui laghi invetriati pattinavano profili di pesci
Volanti. Il rito è amputato
Dell'usignolo e del cavallo, centauro morto. Le sorgenti
[disseccano.
I segni dell'età sulle pietre dormono nell'attesa delle trombe
Dell'alba. L'esultanza è abbattuta. li tempo seppellisce la stagione
Primaverile
che scampanò e balzò con il fossile e la rugiada
rinata.
Poiché ella giacque
In un coro di ali, come dormisse o fosse morta,
E le ali s'aprirono e l'uomo con inni fu congiunto,
E tra le cosce della sposa risucchiante,
Uccello dai seni di donna e dalla testa di cielo,
Fu condotto
A bruciare nel letto nuziale dell'amore,
Nel gorgo del centro voglioso, negli ovili
Del paradiso, nel bocciuolo rotante del mondo.
Ed ella sorse con lui, fiorita in neve disciolta.

 
©2006 ArteInsieme, « 011505147 »