Area riservata

Ricerca  
 
Cookies Policy  
 
Diritti d'autore  
 
Biografia  
 
News  
 
Canti celtici  
 
Il cerchio infinito  
 
Bell'Italia  
 
Poesie  
 
Racconti  
 
Scritti di altri autori  
 
Editoriali  
 
Recensioni  
 
Letteratura  
 
Libri e interviste  
 
Freschi di stampa  
 
Intervista all'autore  
 
Il mondo dell'editoria  
 
Fotografie  
 
 
  Poesie  Narrativa  Poesie in vernacolo  Narrativa in vernacolo  I maestri della poesia 

  Scritti di altri autori  »  I maestri della poesia  »  Margarita Naranjo, di Pablo Neruda 28/05/2011
 

Poesia indubbiamente di grande forza politica, Margarita Naranjo è tratta da Canto generale, una corposa silloge pubblicata nel 1950 con l'intento di richiamare l'attenzione sulla situazione sudamericana, caratterizzata fino dall'arrivo dei colonizzatori spagnoli da grande miseria e feroce oppressione.

 

 

Margarita Naranjo

di Pablo Neruda












 

 

Sono morta. Sono della Maria Elena .
Tutta la mia vita l'ho vissuta nella pampa.
Abbiamo dato il sangue per la Compagnia
statunitense, prima i miei genitori, poi i fratelli.
Non c'era sciopero, niente, ma ci accerchiarono
Era notte, arrivò tutto l'Esercito,

andavano di casa in casa a svegliare la gente,
e la porta:vano al campo di concentramento.
Speravo che non ci avrebbero preso.
Mio marito ha lavorato tanto per la Compagnia,
e per il Presidente, è stato il più bravo
a ottenere i voti di qui, è amato da tutti,
nessuno ha niente contro di lui, egli lotta
per i suoi ideali, è puro e onorato
come pochi. Allora vennero alla nostra porta,
agli ordini del Colonnello Urìzar ,
e lo tirarono fuori mezzo nudo e a spinte
lo gettarono nel camion che partì nella notte,
verso Pisagua, verso l'oscurità. Allora
mi parve di non poter più respirare, mi parve
che la terra mi mancasse sotto i piedi,
è tanto il tradimento, tanta l'ingiustizia,
che mi salì in gola come un pianto strozzato
che non mi lasciò vivere. Mi portarono da mangiare
le compagne, ma dissi: «Non mangerò finché non tornerà».
Al terzo giorno si rivolsero al signor Urìzar ,
che si fece una grossa risata, spedirono
telegrammi su telegrammi a cui il tiranno di Santiago
non rispose. Mi lasciai dormire e morire,
o senza mangiare, strinsi i denti per non prendere
neppure la minestra o l'acqua. No, non tornò,
e a poco a poco mi spensi, e mi seppellirono:
qui, nel cimitero della fabbrica di salnitro,
c'era quel pomeriggio un vento di sabbia,
piangevano i vecchi e le donne e cantavano
i canti che tante volte ho cantato con loro.
Se avessi potuto, avrei guardato per vedere
se c'era Antonio, mio marito, ma no, non c'era,
non lo lasciarono venire neppure alla mia morte:
ora, sono qui morta, nel cimitero della pampa,
non c'è che solitudine attorno a me, che più non esisto,

che senza di lui più non esisterò, senza di lui.

 

 
©2006 ArteInsieme, « 011505152 »