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  Scritti di altri autori  »  I maestri della poesia  »  I Fiumi, di Giuseppe Ungaretti 25/07/2011
 

Nella desolazione del Carso, teatro di così tante sanguinose battaglie,  il fiume rappresenta un'ancora di salvezza, un ritorno alla natura, che richiama ricordi di altri corsi d'acqua a suo tempo conosciuti, e che, idealmente, si uniscono in un corale abbraccio all'Isonzo.

 

 

 

I Fiumi

di Giuseppe Ungaretti

 


Mi tengo a quest'albero mutilato
abbandonato in questa dolina
che ha il languore
di un circo
prima
o dopo lo spettacolo
e guardo
il passaggio quieto
delle nuvole sulla luna

Stamani mi sono disteso
in un'urna d'acqua
e come una reliquia
ho riposato

L'Isonzo scorrendo
mi levigava
come un suo sasso.
Ho tirato su
le mie quattro ossa
e me ne sono andato
come un acrobata
sull'acqua.

Mi sono accoccolato
vicino ai miei panni
sudici di guerra
e come un beduino
mi sono chinato
a ricevere
il sole

Questo è l'Isonzo
e qui meglio
mi sono riconosciuto
una docile fibra
dell'universo

Il mio supplizio
è quando
non mi credo
in armonia.

Ma quelle occulte
mani
che m'intridono
mi regalano
la rara
felicità

Ho ripassato
le epoche
della mia vita.

Questi sono
i miei fiumi

Questo è il Serchio
al quale hanno attinto
duemil'anni forse
di gente mia campagnola
Il mio padre e mia madre.


Questo è il Nilo
che mi ha visto
nascere e crescere
e ardere d'inconsapevolezza
nelle estese pianure.

Questa è la Senna
e in quel suo torbido
 mi sono rimescolato
e mi sono conosciuto.


Questi sono i miei fiumi
contati nell'Isonzo.


Questa è la mia nostalgia
che in ognuno
mi traspare
ora ch'è notte
che la mia vita mi pare
una corolla
di tenebre.

 

 
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