L'intervista è a Remo Bassini, nato nel 1956 a Cortona (AR) e
vive a Vercelli, dove dirige il periodico “La Sesia”. E' apprezzato
romanziere e in quanto tale ha pubblicato con La Sesia
“Il quaderno delle voci rubate”, con Mursia “ Dicono
di Clelia” e con Fernandel “Lo scommettitore”. Ulteriori
notizie e approfondimenti sul suo sito personale (http://www.remobassini.it/)
Perché scrivi?
Viaggio,
vado lontano, altri mondi.
Alla base di tutte le tue
opere c'è un messaggio che intendi rivolgere agli altri?
No,
scrivo per raccontare storie. A volte però succede che quello che scrivo
contenga un messaggio, ma è involontario. Io guardo la vita con gli occhi di
chi vuol capire, di chi si interroga, di chi si stupisce e ama stupirsi,
appunto, scrivendo.
Ritieni che leggere sia
importante per poter scrivere?
Penso
di sì, ma solo per carpire i segreti della scrittura. Le storie già scritte
dagli altri scrittori se entrano nelle nostre storie vanno citate. Bisogna
leggere tanto ma guai se non si legge, in primo luogo, la vita. Saremmo delle
fotocopiatrici, anziché dei testimoni. Leggo a volte qualche giovane scrittore:
che scrive bene, per carità, magari meglio di me, ma, mi chiedo leggendolo, queste storia da dove arrivano? Mi assale un sospetto, dico
e ripeto a volte: arrivano dalla tivù, dal cinema, da altri libri.
Che cosa leggi di solito?
Attualmente molti contemporanei (don Luisito
Bianchi, Grazia Verasani, il grande Saramago) e molti gialli (Izzo, Mankell, Chandler), ma leggo
anche giornali (dove ci sono le storie vere da cui trarre, eventualmente,
spunti) e, poi, rileggo, perché la nostra memoria è bastarda: e ora sto
rileggendo, a rilento, Pasolini e Remarque
ma, faccio un esempio, mesi fa ho ripreso Shakespeare
e Pirandello: sono immortali e più contemporanei di
quanto si possa credere.
Dimenticavo: poi leggo romanzi e racconti di tanti aspiranti scrittori che mi
chiedono consigli. Lo faccio, anche se il tempo è poco (perché di mestiere
faccio il giornalista) ma penso sia giusto farlo: un
giorno c'è stata una persona, una scrittrice, che senza conoscermi e senza
chiedere nulla, lesse un mio manoscritto e mi diede delle dritte. La considero
un esempio. Non sopporto gli scrittori che non rispondono a lettere o mail.
Quando hai iniziato a
scrivere?
A
vent'anni, dopo un periodo brutto della mia vita. Iniziai un romanzo mettendo
le mani avanti: sulla copertina che conteneva i fogli battuti a macchina
scrissi la sigla S.F.,
significava scrittore fallito. Ero giovane e romantico. Poi, dopo una
sciagurata parentesi di poesie illeggibili, ho scritto il primo romanzo che
avevo 38 anni, l'ho finito che ne avevo 40, è stato pubblicato
quando avevo già compiuto 45 anni. Poi quest'anno, appena compiuti 49
anni, due romanzi in un colpo solo: Dicono di Clelia, che è uscito per Mursia, e Lo scommettitore, per Fernandel.
I tuoi rapporti con
l'editoria.
Nell'editoria
c'è di tutto: banditi e gente veramente appassionata. Io sono stato alla larga
dai banditi, ma ho incontrato tanta freddezza, distacco. Non posso quindi che
avere una particolare predilezione per case editrici come Fernandel,
che sono passionali, e che ti seguono, e che festeggiano
quando vendi 500 copie in più. Ma sarò sempre grato anche a Mursia, l'editore che mi ha lanciato. In ogni caso:
sull'editoria è bene essere informati, e internet in questo è utilissimo, ma attenzione: è sbagliato dire che la Tal casa editrice fa schifo
perché non legge manoscritti e la
Talaltra invece è okey; è sbagliato
perché abbastanza di frequente nelle case editrici cambiano le strategie e i
direttori.
Che cosa ti piacerebbe
scrivere?
Voglio
semplicemente continuare a scrivere, a prescindere dalla pubblicazione. La
scrittura mi ha regalato dei momenti bellissimi: di notte, solo in una stanza,
con un caffè bollente a pensare, vedere, spaziare. Ed esplorare anche parti di
me che non conoscevo. Come dice Flaubert, uno
scrittore dovrebbe vivere da buon borghese e pensare come un pazzo.
Scrivere ha cambiato in
modo radicale la tua vita?
Radicalmente.
Non c'è giorno che io non pensi a scrivere. Vedo cose
che possono, potrebbero diventare storie.
Qualche consiglio per chi
ha intenzione di iniziare a scrivere.
Non
sognare né la fama né i soldi né la gloria. Semmai. Essere umili, sempre, e non
arrendersi mai di fronte alle sconfitte. Un'ultima cosa, poi: non credere alla
favola che scrittori si nasce. Scrittori si diventa, soffrendo, per esempio, ma
non necessariamente: è sufficiente imparare a leggerla la sofferenza, nel viso
degli altri, e non solo la sofferenza. Ecco, semplifico: occorre andare in
profondità e imparare a scrivere. Non è facile, ma si può.