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  Letteratura  »  Magnete, di Stefania Meneghella, edito da Ego Valeo e recensito da Katia Ciarrocchi 28/02/2021
 
Magnete – Stefania Meneghella – Ego Valeo – Pagg. 297 – ISBN 9788894853025 – Euro 15,00



È successa all’improvviso, questa quarantena.  Lo Stato ci sta aiutando e io questo lo so benissimo; ma non poter vedere il cielo per me resta la tortura peggiore.  È questo virus il colpevole di tutto; è questo virus che non smette di ucciderci. Non solo nel corpo, ma nell’anima.  È questo maledettissimo virus che non ci sta facendo vivere. 

Ed ecco il lockdown! Dove un virus ci ha chiuso tutti in casa, dove molti hanno dovuto imparare a vivere e convivere con sé stessi e con i propri pensieri, dove la mente è spronata a viaggiare, ed è proprio qui che nasce il romanzo di Stefania Meneghella: “Magnete”.
Virginia, sente il peso di questa quarantena, e i suoi pensieri tornano a rivivere la persona che più gli ha fatto male, la sua migliora amica, ed è così che inizia il viaggio nel cervello di Sofia, è lì che troverà le sue risposte, per capire cosa ha portato Sofia a comportarsi in modo ossessivo con le amicizie e nello specifico con lei.
Virginia nel suo viaggio mostrerà al lettore la quantità di maschere indossate da Sofia, bugie che avevano bisogno di altre bugie per mantenere in vita la fitta rete che ergeva tutta la sua esistenza, per creare quella vita meritevole di essere vissuta.
Quante maschere può indossare un individuo durante la sua esistenza? Ma soprattutto quante persone si possono ingannare senza farsi scoprire? C’è molta letteratura sulle maschere indossate da un individuo e ogni volta viene spontaneo riflettere sulla propria vita, e rendersi conto che ognuno di noi, prima o poi, per motivi diversi ha indossato una o più maschere, il più delle volte per innalzare una barriera, o forse solo per avere un’immagine di sé diversa… o chissà per quale altro motivo.
Ma la nostra Sofia ha iniziato a indossare maschere per farsi accettare, per dimostrare a se stessa e al mondo di essere perfetta sempre e comunque, finché questo fingere continuo non è scaturito nel patologico e questo ci porta alla complessità della mente e a quanto sia labile l’equilibrio della psiche umana, basta una piccola scintilla a spostare l’ago della bilancia e far precipitare l’essere in un buco nero dove è impossibile la via del ritorno.
Sofia si scoprirà malata, una malattia psichiatrica che porta a reinventare la propria esistenza indossando maschere continue con bugie ben macchinate. Ma la parte psichiatrica non è raccontata, credo che l’autrice non volesse parlare delle malattie della psiche, ma piuttosto volesse narrare questo percorso fatto nella testa di un altro essere umano.
Stefania Meneghella ha una bella narrazione, nonostante la difficoltà del viaggio intrapreso dal lettore, sia per il modo con cui è stato pensato il romanzo: un continuo andare e venire in parti di ricordi e memorie che si susseguono e tornano indietro, sia per la complessità della psiche cosa non facile da narrare. Ma nonostante tutte queste difficoltà, la narrazione è fluida e leggera, non ci sono paroloni o artifici che bloccano il lettore.
Un libro interessante che porta a molte riflessioni, ed io amo tutto ciò che mi scaraventa nel mondo del sé, del ma e del perché, però devo ammettere che mi è mancato qualcosa. Sicuramente ho sentito la fretta dell’autrice nel chiudere, mi sarei aspettata un approfondimento sulla parte psicologica, sulla malattia (che in realtà è stata solo sfiorata di riflesso), avrebbe dato un valore aggiunto. Ma nonostante le mie aspettative, Magnete è un libro che consiglio e sono rimasta molto colpita dall’autrice che seguirò con grande interesse.


Citazioni tratte da: Magnete di Stefania Meneghella

Ci era stato detto tante volte che le guerre portano guerre e che l’odio porta odio. Ma noi abbiamo continuato: a lottare, a tirare pugni, ad essere falsi.  Persino con chi ci è più vicino.  Adesso la colpa è nostra; il virus ci sta solamente insegnando qualcosa.  “Ma cosa?”, direte voi.  Non lo so ancora, ma ho intenzione di scoprirlo.  Ho intenzione persino di cominciare a lottare, e non contro di lui.

Il mio dolore è come calamita: attira i cuori più deboli che, fatti di ferro, restano incollati alla mia pelle senza staccarsi mai. Sono fatta di magnete e di magnete voglio morire, per sentirmi meno strana, per sentirmi meno sola.

Le parole hanno sempre avuto un controllo nella mia vita, un potere straordinario ed eccezionalmente potente.
In questa casa, mi sembra che invece le parole siano volate via assieme ai miei pensieri.  Mi affaccio alla finestra, e le vedo correre. Giocano anche loro, e si divertono anche.  Lo fanno in modo totalmente spensierato che quasi mi viene da invidiarle.

A cosa servirebbero questi miei pensieri se nessuno potrebbe mai leggerli?
A cosa servirebbe dire “speranza” se invece sentiamo tutti la parola “morte”?  E a cosa servirebbe resistere se invece continuiamo a non esistere?

Ero migliore persino di me stessa. Ossia, dell’altra versione di me stessa. Del mio volto senza maschere, e dei miei sorrisi senza volto. Sì, anche dei miei sorrisi senza volto.

Ma, dentro di me, ero proprio sicura che quell’episodio fosse accaduto davvero?
E se fosse stata una delle tante storie da me create?
Arrivai ad un punto in cui non sapevo distinguere la realtà dalla menzogna; per me era solo la mia vita, e basta.
E tutto quello che raccontavo era parte della mia vita.
Lo fu anche quell’evento che raccontai a Milena.
«Terrò questa conferenza, e parlerò al microfono».
«Io sì che sono importante».
«Io sì che sono migliore».

Nel mare, infatti, le maschere non esistono.  L’acqua sciacqua via la cattiveria, l’orgoglio, l’accidia, il sogno di sentirsi grandi, il passato, l’amarezza. E si ritorna ad essere bambini.  Io, bambina, sono tornata tante volte nella mia vita e, bambina, lo sono un po’ anche ora che scrivo questa storia

Non riesco a disegnare come sono, ma guardatemi: sono caduta dal cielo e mi sono fatta male. Conservo ancora oggi le ferite della mia nascita; non si sono cicatrizzate e continuano a bruciare.  Sono ferite che ho nella testa, e che urtano i pensieri, le emozioni, tutto quello che di più bello potrebbe esserci al mondo, se solo…  Se solo… Dio non mi avesse amata come mi ama.  È una storia vera, la mia, ed è una storia che nasce crescendo ogni giorno.

Ho sempre amato questa questione delle religioni, di credere in qualcuno che realmente non esiste.  Me l’avevano insegnato spesso, da piccola.  «Credi, Sofia, credi», mi diceva mia nonna. «Ma a chi?», dicevo io.  Poi man mano ho compreso.  Ho compreso che il cielo non è blu per fare splendere il sole, ma perché solo l’azzurro riesce a far trapelare il Suo volto. Ho compreso che la pioggia scende quando Lui è tri-ste, e questo accade spesso. E ho compreso che la neve è solo un insieme di batuffoli di cotone che Allah ci lancia perché vuole giocare con noi. Quante volte lo ignoriamo, e quante volte gli voltiamo spalle, come se fosse nostro nemico, come se addirittura non esistesse

Sono in lotta, e nessuno lo comprende.
Aiuto”, penso spesso. E nessuno mi aiuta mai.
Nessuno.
È per questo che spesso sogno la libertà: una corsa veloce andando incontro al vento e poi… bum! A terra.
La mia libertà, in qualsiasi momento si presenti, cade sempre e non so rialzarla. Si fa male e mi guarda stupita sussurrando lentamente: “Aiutami”.
Non posso aiutarla, sono caduta anche io.
Così restiamo a terra, io e lei.
Ferite, e con il sangue che ci esce dalla pelle.
Aiutateci”, gridiamo entrambe. Ma nessuno ci aiuta mai.
Così noi due – io e la mia libertà – ci facciamo forza a vicenda e, con le mani incrociate e i denti stretti, chiudiamo gli occhi e ricominciamo a sognare.
Corriamo velocemente e poi voliamo via in quel cielo che nemmeno ci protegge.
Corriamo e poi… puff!
Svanite all’improvviso.
Come se non fossimo mai esistite.
Come se mai avessimo vissuto.
Come se…

Ho chiuso gli occhi solamente dentro – perché fuori, li avevi ben spalancati per guardare bene – e ho ricominciato a sognare.

Gli uomini prendono le nostre ossa e le trasformano in car-bone; ci rubano l’anima rendendola loro, e ci strappano i sogni come fossero vestiti. Sono furbi, gli uomini. Ci annientano con il loro sguardo incantatore facendoci credere belle, importanti, speciali. Poi ci iniettano il veleno del loro sangue e ci fanno morire lì, su quel cemento ruvido e gri-gio.

le maschere possono mai essere davvero felici?

«Camminava con gli occhi davanti, e quasi non riusciva a vedere niente di quello che le era attorno»


Katia Ciarrocchi


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