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  Letteratura  »  L’alta fantasia. Il viaggio di Boccaccio alla scoperta di Dante, di Pupi Avati, edito da Solferino e recensito da Aurelio Caliri 22/12/2021
 
L’alta fantasia. Il viaggio di Boccaccio alla scoperta di Dante – Pupi Avati – Solferino – Pagg. 176 – ISBN 9788828207467 – Euro 16,50



Ho finito di leggere, nell’arco di una notte insonne, l’ultimo romanzo di Pupi Avati, “L’ALTA FANTASIA – Il viaggio di Boccaccio alla scoperta di Dante”, pubblicato circa due mesi addietro da Solferino Editore: quando una storia ti prende non c’è sonno che tenga e rimani avvinto alle pagine che scorrono mosse dalle tue mani febbrili, ansioso di inoltrarti in essa, sempre avanti, sempre avanti, col rammarico che arriverai alla fine e con essa alla fine dell’incanto.

Qual è questa storia meravigliosa? E’ la vita di Dante Alighieri narrata in modo inedito da un poeta che ha la capacità rara di scandagliare l’animo umano e, in questo caso, a diradare con la fantasia le nebbie del tempo per calarsi in un’epoca remota, quella medievale di Dante.

Quanta bellezza e dolcezza, quanto amore per il sommo Poeta che fa sì da rimbalzarlo nei tempi attuali, rendendolo vivo, presente, tanto che anche noi lo amiamo più di quanto la nostra conoscenza fino a questo momento ci permettesse.

Ma questo amore è senz’altro paragonabile a quello di un altro grande quasi contemporaneo del Poeta, Giovanni Boccaccio, autore del Trattatello in laude di Dante, che ha ispirato il romanzo. Quindi, Dante, Boccaccio, Avati; e non è esagerato l’accostamento perché questo sentimento vivificante nella storia dell’Uomo travalica il tempo e amalgama tutti gli esseri che da esso sono avvinti.

Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia… Versi sublimi che accarezzano la nostra memoria, impressi negli anni della scuola ma che qui acquistano un significato struggente: Beatrice, vestita da sposa, si avvia verso il luogo della cerimonia, circondata da bambini che la toccano come buon augurio e che lei accarezza e bacia sorridente. Dante, nascosto tra la folla dei curiosi, pur nel dolore straziante che la sua donna è perduta per sempre, traccia nella mente quei versi. Ultimo palpito: Beatrice, prima di varcare la soglia della chiesa, si volge indietro, lo cerca con gli occhi, lo trova e gli sorride, quasi a volersi far perdonare per aver dovuto sposare un altro uomo.

Un aspetto molto essenziale ed emozionante che pervade la narrazione è anche quello dell’amicizia, soprattutto con Guido Cavalcanti. Quale trepidazione del Poeta ancora ragazzo nel consegnare dei versi a Cavalcanti, già versificatore famoso a Firenze, a lui dedicati! E quale sorpresa e gioia quando Cavalcanti gli dà a sua volta dei versi, in risposta!

La cesura del tempo non esiste più, tanti secoli vengono azzerati: rimane nell’aria solo il bagliore eterno dell’Amore, dell’Amicizia, con cui Avati avvolge amorevolmente i suoi personaggi.

La vita del Poeta si evolve in modo convulso a seguito della sua elezione a Priore della città di Firenze. Furiose lotte intestine lo contrappongo anche all’amico del cuore Cavalcanti, che è costretto ad andare in esilio. La stessa sorte tocca anche a lui, dopo la sconfitta del suo partito e il tradimento di Bonifacio VIII.

Come sa di sale lo pane altrui e come è duro calle lo scendere e il salir l’altrui scale... Anni difficili, a volte disperati, durante i quali è testimone sbigottito della morte di Beatrice venticinquenne e dell’amico-nemico, che lo portano a riflettere sconsolato sulla miseria delle vicende umane.

La conclusione del romanzo tocca vertici mirabili, di una delicatezza unica. Giovanni Boccaccio arriva finalmente a Ravenna, dopo un viaggio estenuante e pericoloso su di un carro trainato da un cavallo. Qui, in convento, si era rifugiata la figlia di Dante, monaca con il nome di suor Beatrice, alla quale su incarico della Signoria di Firenze deve consegnare un risarcimento in denaro per l’esilio ingiustamente subito da suo padre. Beatrice si rifiuta di incontrarlo, per il solo fatto che viene da Firenze, città da lei odiata per le tante sofferenze patite: la ripulsa è più forte di lei, anche se sa che lo muove la venerazione che ha per il padre.

Disperato, deluso, Boccaccio si inginocchia, nel buio della stanza, pregando sottovoce e piangendo per il suo fallimento, quando un fruscio lo avverte di una presenza. Intuisce che è Beatrice che lo spia. In uno stato di profonda emozione scrutava l’impenetrabile oscurità: “ Io a vostro padre debbo la scoperta della poesia… la sola gioia vera della mia esistenza…”.

La mano di suor Beatrice, ormai vecchia, raggiunse la mano bendata di lui che ora piangeva liberando l’emozione: “… di sfiorare in voi la carne della sua carne”.

La vecchia sorrise, intenerita.

Sono infinite le cose che volevo chiedervi… “ le confidò lui stringendole la mano al petto “ma ora mi basta questo… so che mi basta questo… voi siete sua figlia e io sono qui per voi…”

Quale incontro più intimo e insieme grandioso di questo!

La cornice del romanzo è quella di un Medioevo sporco, duro e desolante. Quando penso a un Boccaccio stanco, ammalato, in balia di mille pericoli a cui è esposto durante il suo viaggio per raggiungere Ravenna, la mia visione di un grande personaggio, del letterato che la Storia ci ha tramandato, viene tristemente modificata. E mi spiace per lui, come se il suo Decamerone che ho amato tanto possa essere minacciato e il suo splendore offuscato.

Nel concludere questa mia breve riflessione, non posso non dire che a breve uscirà nelle sale di tutta Italia il film tratto da questo libro meraviglioso.


Aurelio Caliri

 
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