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  Letteratura  »  Il birraio di Preston, di Andrea Camilleri, edito da Sellerio e recensito da Patrizia Fazzi 20/06/2022
 
Il birraio di Preston – Andrea Camilleri – Sellerio – Pagg. 256 – ISBN 9788838910982 – Euro 10,00


Tra giallo e storia: un’umanità dannata ritratta in chiave di farsa


In copertina una serie di personaggi paludati chiusi in una seria compostezza e nell’arrogante consapevolezza del loro ruolo sociale da gestire e difendere: un dipinto che ben si presta a farsi icona del romanzo di Andrea Camilleri Il birraio di Preston, al cui interno si muove una galleria analoga di figure tese a ribadire la propria porzione di potere e ritratte dall’autore con penna finissima, ma corrosiva fino alla caricatura e alla farsa.


Un’umanità dannata, sia che risulti oppressore che vittima, e nella quale si agitano sentimenti e passioni estreme: una rappresentazione esemplare non solo della Sicilia di fine ottocento sotto il (mal)governo piemontese, ma anche paradigmatica di un’intera società. Così, se è immediato il richiamo a nomi come Federico De Roberto e Leonardo Sciascia e a tutta l’area degli scrittori legati alla non risolta questione meridionale, il fondo amaro della vicenda va oltre e pone interrogativi sul senso ultimo delle parole come ‘giustizia’ e ‘verità’ e sul loro possibile attuarsi, allineando la tematica emergente dal libro a quella di Luigi Pirandello e di altri grandi, siciliani e non.

Nel giallo di Camilleri (ma quest’opera si candida piuttosto per il genere “romanzo storico”), il colpevole non solo non si scopre, ma non viene punito, almeno dalla legge. E quei pochi che si prefiggono un comportamento onesto o teso a far luce sul carosello di eventi che ruotano intorno alla sciagurata inaugurazione del teatro di Vogata, sono anch’essi vittime di una violenza intrinseca e ineluttabile, di un ‘gioco delle parti’ che non permette nessun smascheramento, nessuna soluzione consolatoria: il lettore rimane avvinto all’intreccio sapiente, ma non liberato da nessun “lieto fine con arresto”.

Il disordine morale si riflette e si esprime anche attraverso la struttura narrativa, che costringe il lettore, come in una caccia al tesoro, a continui collegamenti avanti e indietro nella ‘fabula’, tra personaggi e vicende a cui Camilleri nega una disposizione rigorosa cronologicamente, quasi a ribadirne l’interna assenza di logica e di valori: cosi che lo spaesamento narrativo – peraltro talmente ben congegnato che permette lo stesso di seguire ‘l’intreccio’ – è sintomatico dello smarrimento etico e sociale.

Ma ciò che più avvince è l’uso di una lingua poliforme, multidialettale: fiorentino, romano e lombardo entro un’esplosione di termini siciliani, anche grevi, che si incastonano nella struttura linguistica italiana arricchendola di espressività e realismo descrittivo, di una tale corposità e ironia che spesso strappa il sorriso e contagia il lettore facendo “pinsare” anche lui nella strana lingua vigatese.

Un libro dunque complesso, ricco di citazioni letterarie – si veda l’incipit dei vari capitoli – e sorretta da un narratore onnisciente che però nulla concede di sè al suo pubblico, se non l’indiretta testimonianza di una mente lucida e amaramente ironica, di un amore profondo per la sua terra e per quella ‘zona d’ombra dell’animo umano ( dove bianco e “niviro” si confondono), che solo la vera letteratura riesce a far emergere e ritrarre.



Patrizia Fazzi




 
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