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  Letteratura  »  Non solo gialli, di Renzo Montagnoli 10/09/2022
 
Non solo gialli

di Renzo Montagnoli



Credo che un autore prolifico come Georges Simenon sia difficile da trovare, con una produzione di romanzi e racconti di vario genere che supera le 500 unità, ma con una qualità media piuttosto elevata. Considerato che era nato a Liegi il 13 febbraio 1903 ed è morto a Losanna il 4 settembre 1989, vivendo quindi poco più di 86 anni, farebbe una media di più di cinque opere ogni anno; se si tiene poi conto del fatto che nell’età scolare molto probabilmente non scrisse nulla e che cominciò a pubblicare libri a partire dal 1931, riducendo così il periodo di riferimento a 58 anni, viene fuori una media notevolissima, cioè all’incirca ben quasi nove lavori ogni anno.

In genere a tanta quantità corrisponde una scarsa qualità, ma questo non vale per Simenon, perché, a parte qualche inevitabile scivolone, la sua produzione si è sempre mantenuta di eccellenza, un risultato sorprendente qualora si consideri che nei periodi di miglior forma scodellava un’ottantina di pagine al giorno. Certo qualcuno potrà obiettare che i polizieschi con protagonista il commissario Maigret, pur di ottimo livello, non presentano particolari difficoltà di scrittura, nel senso che non vengono enunciati concetti approfonditi, ma cosa dire allora a fronte di opere del calibro di I fantasmi del cappellaio, un noir veramente notevole, oppure come I clienti di Avrenos, una storia di vitelloni in Turchia? Il fatto è che Simenon è capace di scrivere lavori di notevole interesse in diversi generi letterari, una rarità in tutti i sensi.

Io, come altri, mi sono accostato al narratore belga leggendo romanzi con protagonista il commissario Maigret e al di là della trama ben congegnata non ho potuto che apprezzare l’analisi psicologica dei personaggi, la descrizione dei luoghi, le atmosfere, tutte qualità che si ritrovano, sovente con miglior risultato, nelle opere di altri generi.

C’è un’altra caratteristica sempre presente nelle sue opere: Simenon dimostra pressoché sempre la sua antipatia per la borghesia, per questa classe media, fatta o di poveracci che hanno fatto il salto di qualità, oppure di aristocratici decaduti, a maggior ragione se vivono in provincia, dove, accanto anche a qualche raro pregio, vige una permanente rancorosa invidia. Non è tenero l’autore belga con i personaggi negativi, li stigmatizza, li fa diventare poco a poco odiosi anche per noi, mentre ha invece una naturale simpatia per i semplici, per gli umili, per chiunque cerchi di vivere senza pestare i piedi ad altri e con dignità, nonostante sovente le non floride condizioni economiche.

Un’altra caratteristica positiva di Simenon è di riuscire a mantenere a lungo un ritmo teso, come nel già citato I fantasmi del cappellaio in cui la figura del serial killer è centrale al punto da meritare una delle migliori analisi psicologiche realizzate dal narratore belga. In contrapposizione al cappellaio Labbé, l’assassino seriale, c’è il piccolo sarto  Kachoudas, che sa, ma pavido tace, venendo così a instaurare una complicità che toglie dalla solitudine esistenziale l’omicida e gli permette di realizzarsi al meglio. La critica feroce alla borghesia si ripresenta anche con l’impiegato Popinga nel romanzo L’uomo che guardava passare i treni, un fallito che per elevarsi compie una serie di follie culminanti nell’omicidio.

Si potrà obiettare che fra poliziesco e noir, per quanto ci siano differenze, siamo sempre nel campo del crimine e posso concordare sul fatto che la maggior produzione di Simenon sia così, sebbene, come si è visto, abbia scritto una storia di vitelloni come appunto I clienti di Avrenos, che potrebbe apparire un unicum nella narrativa convenzionale, e invece ci sono altre opere come Le signorine di Concarneau, un dramma di affetto dispotico, oppure Il piccolo libraio di Archangelsk, un’opera di analisi psicologica di grandissimo livello, o anche come Il destino dei Malou, in cui l’unico morto è deceduto per suicidio, circostanza che induce il figlio a voler conoscere chi fosse effettivamente suo padre. Nel caso poi del Borgomastro di Furnes c’è l’impossibilità di sfuggire al proprio destino, oppure pensiamo al mondo chiuso, immobile della Vedova Couderc, un tempo fermo che viene violato dall’arrivo nella fattoria della donna di un evaso, un uomo con cui instaura una violenta passione amorosa. Ci sono inoltre altri casi analoghi, romanzi non gialli o noir, che non indico anche per brevità; intendo invece concludere con un’ultima opera, talmente bella da emozionarmi ancora mentre ne scrivo, anche perché mai mi sarei aspettato una specie di favola dalla penna di Simenon. Mi riferisco a L’angioletto, la storia di Louis Cuchas, nato povero, ma che si sazia ogni momento di quanto può dare la vita; mai scontento, anzi beato, lui si accontenta del poco che ha a disposizione e, soprattutto, come lo sarà sempre, è in pace con se stesso; Louis è un artista, un amante della pittura, vista più che come fonte di guadagno (al denaro non dà importanza) come realizzazione del mondo interiore in cui vive. Passeranno gli anni, diventerà uno dei più grandi pittori del secolo, ma lui non cambierà. Non ci saranno lutti o guerre che possano scalfire quella corazza che si è costruito e che racchiude ogni suo stupore e a chi, ormai vecchio, gli porrà la domanda: “ Maestro, posso chiederle qual è l'immagine che ha di se stesso?”, risponderà, senza che sia necessario che rifletta a lungo:“Quella di un ragazzino.”. Ecco, in questa risposta sta tutto lo spirito di quest'uomo, a metà fra un santo e un genio;  la vita è talmente bella e può dare tanto, basta saperlo cogliere.  E’ tuttavia forse il romanzo che ha meno incontrato i favori dei lettori, perché così lontano dal Simenon che ci è noto, un’ulteriore dimostrazione della ecletticità di questo grandissimo narratore.

 
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