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  Letteratura  »  Vita, di Vittorio Alfieri, edito da BUR e recensito da Siti 06/03/2023
 
Vita – Vittorio Alfieri – BUR – Pagg. 368 – ISBN 978-8817165938 – Euro 8,00



La vita...che avventura!



"Allo studio dunque dell'uomo in genere è principalmente diretto lo scopo di quest'opera. E di qual uomo si può egli meglio e più dottamente parlare, che di sé stesso? "

Un'autobiografia animata dall'amor proprio che ha lo scopo pratico di restituire un'immagine vera dell'autore, evitando mercificazione posteriore da parte di altri del suo dato biografico - cosa che lo stesso si attende che accada - e che permette di perseguire il suo fine ultimo: indagare l'uomo in generale. L'opera è divisa in epoche, la prima è naturalmente dedicata alla puerizia e oltre a situare lo scrittore nel contesto nobiliare della nascita, restituisce una serie di gustosi aneddoti che riflettono un carattere vivace, incline alla fantasia e qualche volta alla marachella, la quale viene immediatamente punita, rimanendo il suo un carattere deciso e a volte ostinato. Un bambino educato con metodi rigorosi, orfano di padre, morto già sessantenne quando egli aveva pochi mesi, un patrigno, fratelli e sorelle acquisiti da unioni precedenti e successive a quelle che lo hanno generato ma anche naturali, i quali curiosamente non coincidono mai nel numero con la fonte biografica del Dossena, più volte citata in nota. Prossimo all'adolescenza, per volere dello zio paterno, suo tutore, viene inserito nell'Accademia di Torino: l'infanzia finora tratteggiata, per Alfieri sarà, secondo un adagio pedagogico sotteso al suo pensiero, il nucleo primitivo e originario del suo essere uomo. E contro l'ineducazione patita negli anni dell'adolescenza trascorsi in Accademia si scaglia la sua critica: non ha imparato nulla se non che "la vicendevole paura" governa il mondo. Con la morte dello zio paterno acquisisce la libertà che gli deriva dall'eredità del patrimonio del padre e rinnova la sua vita dandosi a divertimenti e alla frequentazioni di suoi pari. Sperpera e gareggia con i giovani nobili, si vergogna della sua ricchezza con i compagni meno abbienti, evidenziando la sua naturale inclinazione "alla giustizia , all'eguaglianza ed alla generosità d'animo". Sul finire della seconda parte liquida gli otto anni della sua adolescenza come " infermità ed ozio, e ignoranza". La giovinezza è un susseguirsi di viaggi e si sorride nel leggere che visita i luoghi senza consapevolezza alcuna, rimpiangendo a posteriori ad esempio di non aver colto occasione di rendere omaggio a Petrarca quando si trovava a Padova e quindi poco distante da Arquà, ma d'altronde all'epoca "che m'importava egli di lui, io che mai non l'avea né letto, né inteso, né sentito… ".Una certa sua indolenza spinge poi un conoscente di famiglia, incontrato a Genova, a spronarlo alla partenza per la Francia dove viene attratto dal teatro, pur non pensando minimamente che anche lui avrebbe potuto scrivere composizioni teatrali. Predilige comunque la commedia. Lasciata la Provenza giunge finalmente a Parigi e la paragona a una cloaca, anche qui entra in contatto con gli ambienti regali, è presentato a Luigi XV e riflette a posteriori sulla Rivoluzione francese nutrendo dubbi su un migliore governo di "questi re plebei". Predilige di gran lunga Londra e in Olanda vive il suo primo amore con una giovine già sposata, la forzata separazione da lei culmina in un tentato suicidio e nel ritorno in Italia: ha diciannove anni, inizia a leggere Machiavelli e rientra con un baule carico di scritti dei più noti illuministi, ma è Plutarco a interessarlo maggiormente. Durante il secondo viaggio, ormai nel pieno possesso del suo patrimonio, si reca in Austria, i a Buda, ancora nei paesi nordici, leggendo ora Montaigne, evitando l'adulazione di corte che vede in Metastasio e che aborre, per giungere finalmente a riscoprire la lingua italiana, nell’ impratichirsi con il toscano, e con la stessa letteratura nazionale mai compresa. Ogni spostamento lo allontana sempre più dalle forme di governo assoluto che ancora imperano, la massima distanza in Russia. Tornato a Londra amoreggia con una bellissima donna sposata e diventa, suo malgrado, protagonista di uno scandalo pubblico; sono pagine serrate, dal ritmo veloce e degne di un vero e proprio feuilleton, vi si scopre un giovane temerario e romantico al tempo stesso. Il terzo amore infine in Italia per una donna più grande di lui è vissuto come un laccio che gli fa però maturare la sua predisposizione congenita alla indipendenza e solo attraverso numerosi tormenti dell'animo riesce progressivamente a disfarsi di tali lacci: lascia la donna e anche il servizio militare, prova infatti viva e decisa avversione verso uno sbocco lavorativo adatto al suo lignaggio: ora che conosce le misere regalità europee mai potrebbe fare egli l'ambasciatore e torna, più consapevole agli studi, decidendo lui ora i lacci, era solito infatti farsi legare alla sedia per mantenersi costante nell'attività atta a colmare la sua ignoranza della lingua italiana e dei suoi maggiori poeti. Inizia intanto a poetare componendo insulsi sonetti e le prime tragedie, ha ormai ventisei anni. L'ingresso nell'epoca quarta, quella della "virilità" avvicina finalmente al letterato, il giovane si piega allo studio, con fatica e disdegnando ancora il canone imposto dal suo percorso scolastico, del "Galateo" di Della Casa non vuole sentir parlare, è però risoluto nel dedicarsi allo studio dell'italiano e il timore è ora quello di vedere contaminato il suo naturale sentire tragico dalla lettura delle tragedie dei grandi, è infatti ormai pienamente consapevole delle sue potenzialità. Rinuncia completamente ai suoi possedimenti cedendoli alla sorella per liberarsi della servitù feudale alla corona, soprattutto perché essa lo limita negli spostamenti e nella pubblicazione delle opere, entrambe le azioni necessitano infatti sempre dell'accordo reale. La dimora a Pisa e poi a Firenze per migliorare lo studio della lingua lo porta alla conoscenza e alla frequentazione di una donna sposata ma strettamente sorvegliata dal marito, si tratta della donna della sua vita, Luisa di Stolberg-Gedern, contessa di Albany. Alfieri cede all'amore anche perché ella è donna di cultura e lui sa che non lo potrebbe mai sottrarre alla sua arte. In questa sezione è contenuta anche l'interessante digressione sul suo metodo di composizione delle tragedie: "ideare, stendere e verseggiare". Continua inoltre imperterrito la cronologia che ora scandisce sempre più il numero delle tragedie composte, legate con duplice filo alla storia d'amore travagliato che vive; la ritrovata serenità dopo lo scioglimento del matrimonio dell'amata coincide infatti con una ricca stagione creativa, "Merope" e "Saul" fra le tante del 1782. Segue poi un forzato allontanamento dalla donna amata che continuava a frequentare in casa del cognato di lei e un successivo peregrinare tra i luoghi dei nostri maggiori poeti e poi di nuovo in Inghilterra a comprare cavalli; si distende in questa passione ma perde ancora una volta la pratica dello studio sentendo al pari compromessa la vena creativa che infatti tace. La terza parte si chiude con l'amarezza per la Rivoluzione trasformata in barbarie e un congedo al lettore con la speranza che, se lui dovesse nel frattempo morire, queste memorie vengano rispettate nella loro integrità e nel loro stile, a compendio dei suoi quarantuno anni di vita ivi narrati. In realtà sarà lo stesso Alfieri a rimetterci mano dopo tredici anni proseguendo la narrazione da dove l'aveva interrotta e apportando i dovuti cambiamenti nello stile. Narra dunque di altri soggiorni, dell' incontro fortuito con la donna amata in Inghilterra, e della fuga rocambolesca dalla " Cloaca massima", una Parigi trasformata in barbarie che nella plebe inferocita vede un giustiziere fallito quando tenta di fermare lui e la sua donna e il loro seguito di carrozze e cavalli. Il rifugio sarà Firenze. Riprende gli studi e da autodidatta impara il greco, con tanta caparbietà, si premura di proteggere i suoi scritti da edizioni da lui non riconosciute. Scorrono infine gli ultimi anni della sua vita senza che lui sappia che saranno tali, interrompe la scrittura il 14 maggio 1803, morirà nell’ottobre dello stesso anno, a cinquantuno anni; lo scritto si chiude con il racconto della sua morte da parte della contessa d’Albany in una lettera indirizzata al Signor abate di Caluso, Tommaso Valperga.


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