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  Racconti  »  Narrativa generica  »  RitornerÓ la primavera 27/10/2020
 
Ritornerà la primavera

di Renzo Montagnoli



Marzo 1918, dopo la disastrosa ritirata di Caporetto il fronte si è assestato, ma si attende da un momento all’altro il grande attacco delle truppe dell’Imperial Regio esercito austro-ungarico. E’ notte, una notte serena, con in cielo tante stelle e in una trincea sul Grappa un fante si appresta a scrivere una lettera alla giovane moglie. Di tanto in tanto si levano razzi illuminanti, lontano è il brontolio di un canone, uno sparo, poi un altro ancora, e infine il silenzio.

Dentro un rifugio scavato nella roccia, al lume di un mozzicone di candela, tormentato da un esercito di cimici il fante Fausto Castelmassa è assorto nei suoi pensieri, vorrebbe scrivere tante cose, ma poi teme, a ragione, che la censura cancelli quasi tutto e allora è inutile parlare della guerra, delle sofferenze, dell’umido che stringe le ossa, dell’orrore dei morti insepolti, della puzza dolciastra che emanano e che entra dappertutto, anche nell’anima. Ma lui vuole scrivere, vuole abbracciare idealmente la moglie, rassicurarla e tranquillizzare anche se stesso ed è allora, mentre spegne l’ennesima sigaretta, che gli viene l’idea. Distende bene il foglio, si passa la mina della matita sulla lingua e inizia a scrivere.

Mia adorata Martina, luce dei miei occhi, sempre nei miei sogni delle notti buie, ti scrivo per dirti quanto ti amo, quante volte mi sembra di sentire sotto i polpastrelli delle mie dita la tua pelle di seta. Ti ho sempre amato, ma c’è voluto il distacco di una guerra perché capissi quanto grande era ed è il mio amore, talmente grande che non starebbe nemmeno dentro il mare, che traboccherebbe dai confini del cielo. No, non esagero, tu sei sempre stata lo scopo della mia vita e ancor più lo sei adesso...”

Non lontano una mitragliatrice sgrana i suoi colpi, s’ode un urlo, che si spegne in un rantolo soffocato. Fausto Castelmassa ha interrotto la sua scrittura, gli occhi si inumidiscono, non sa se quello che è appena morto è amico o nemico, sa solo che è un uomo come lui, con un cuore che prima pulsava e ora è immobile, magari con una moglie che lo attenderà invano a casa.

Si passa una mano sugli occhi, poi riprende a scrivere.

Amore, è l’unica parola che voglio gridare e che voglio sentire. Un giorno tutto questo finirà e chi potrà tornare sentirà più che mai indispensabile la necessità di amare e di essere amato. Io già sogno il mio ritorno, tu sulla porta di casa, io che corro, tu che corri e ci abbracciamo, il fiato che si fa corto, un bacio lunghissimo che non finisce mai, poi guarderemo il cielo per una preghiera, per un ringraziamento, ma anche per un pensiero a chi non ce l’ha fatta. E poi a primavera, perché ritornerà la primavera, non una come questa, ma una come quelle piene di speranza di prima della guerra, andremo a correre per i campi, mano nella mano, e giunti al vecchio mulino ci fermeremo, raccoglierò le violette selvatiche, un mazzolino per i tuoi bei capelli. Ecco, tutto questo volevo dirti e altro ancora ti dirò quando saremo di nuovo insieme. Un bacio, un bacio appassionato, amore mio lontano.”

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Il tempo corre, girano i mesi del lunario, novembre 1918, l’armistizio, la fine della guerra, poi l’anno nuovo, il 1919, la fretta di ricominciare, sempre più veloci corrono i giorni e siamo al 1920, è il 21 marzo, il primo giorno della bella stagione e puntuale la primavera è ritornata.

Nel piccolo paese deve essere giorno di festa, nella piazza davanti al municipio c’è un palco, con tante coccarde tricolori e tutte le autorità, dal sindaco al parroco, al comandante del presidio. Giù, davanti alla gente che accorre, c’è una banda militare e un picchetto d’onore e poco più in là un drappo che cela chissà cosa. Cominciano i discorsi, si parla di nuovo di guerra, di quella appena finita e vinta, si commemorano i caduti del paese, parole tronfie, retoriche, perché nulla può giustificare la morte di quegli uomini. Poi, mentre la banda suona l’inno reale, il drappo viene tolto e appare il monumento, il bronzo di un soldato proteso in avanti intento a lanciare una bomba. C’è la benedizione del parroco, mentre il comandante del presidio legge i nomi dei caduti riportati su una lapide ai piedi della statua. C’è commozione in giro, qualcuno piange, mentre si alzano le note del silenzio fuori ordinanza. E sull’ultimo acuto della tromba tutto finisce, la gente a poco a poco lascia la piazza che in breve è del tutto deserta.

E’ solo allora che da dietro un albero spunta una donnina in nero, a passi rapidi va al monumento, legge quei nomi, su uno appoggia le labbra, mentre le lacrime le solcano le gote, poi estrae da una tasca un mazzolino di viole selvatiche e lo depone alla base. Quindi, silenziosa e veloce come era venuta, se ne va.

 
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