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  Racconti  »  Narrativa generica  »  Il fosso sepolto 27/11/2021
 
Il fosso sepolto

di Renzo Montagnoli



Sono in auto con il nonno, procediamo lungo la provinciale e seguo le sue indicazioni, sempre più incerte. Oggi è una bella giornata di sole, non fa né caldo, né freddo ed è per questo che ho acconsentito al desiderio di questo vecchio di rivedere, per un’ultima volta, il fosso in cui da ragazzo andava a pescare.

Quando ho visto il cielo azzurro, ho detto <<Adesso, o mai più.>>, perché i medici si sono espressi laconicamente, mi hanno messo una mano sulla spalla, scuotendo la testa, insomma il mio adorato nonno è prossimo al capolinea. Lui lo sa e non ne ha fatto una tragedia, perché mi ha detto che in fondo aveva vissuto e che dopo la morte della nonna la sua era stata solo un’attesa per quell’ultima fermata. Ha espresso solo un desiderio, rivedere quel fosso.

Mentre andiamo, me ne parla:” Immaginati una roggia dove l’acqua limpida scorre veloce, prima dritta e poi a semi curve, di nuovo dritta prima di arrivare al vecchio mulino, di cui ho nelle orecchie ancora il rumore della macina. Gra gra gra, sembrava una cornacchia, ed era l’unico suono, a parte il brusio degli insetti. Arrivavo presto la mattina con la mia canna, il barattolino con i vermi, ma non portavo il guadino. A me piaceva l’attesa, vedere il filo che si tendeva quando il pesce abboccava, fare forza per trarlo a riva, ma poi, con delicatezza, gli toglievo l’amo della bocca e lo rimettevo nell’acqua. Sono convinto che lui capisse, perché restava un attimo a guardarmi e poi andava. Ho sempre amato gli animali, perfino le bisce che lì abbondavano e che quando passavano vicino sembrava che mi salutassero. L’erba del fosso, il filare di salici, il volo di un airone, una natura in cui mi immergevo con rispetto e devozione, e quando il sole saliva, al pari della temperatura, mi spogliavo e nudo facevo un bagno rinfrescante. Una volta, curioso, ho voluto vedere come funzionava il mulino e il mugnaio mi ha fatto entrare, con la macina imbiancata come fosse nevicato che girava grazie all’energia motrice dell’acqua. Era un edificio molto vecchio, si diceva del ‘700, insomma ormai una rarità e spero che ci sia ancora.

Forse tu non puoi capire, sei nato in un’altra epoca, in un periodo in cui l’uomo è convinto di poter dominare la natura, senza nessun rispetto per la stessa. Non ci sono più albe che ti fanno ritrovare la gioia di svegliarti, né più tramonti che pur stringendoti il cuore ti danno tanta serenità.” “Sì, nonno, invece credo di capire di una vita meno ricca, ma anche meno frenetica”. “ E poi, quando sono cresciuto, la prima volta che sono uscito con quella che sarebbe diventata tua nonna l’ho portata in questo posto. Ricordo come se fosse ieri: era il tramonto di un caldo giorno d’estate, camminavamo mano nella mano, poi ci siamo fermati rivolti a occidente che si arrossava sempre più, c’era una quiete incredibile, e lontano, contro il sole morente, volava un airone; ci siamo abbracciati e ci siamo dati il primo bacio, un’emozione indimenticabile.” “Nonno, ti voglio bene, te ne voglio tanto.”

Ma dov’è il fosso? Dovremmo già essere arrivati, ma non vedo niente.” Osservo la strada, c’è una rientranza ai lati e decido di fermarmi, visto che c’è un contadino che si riposa accanto a un trattore. Scendiamo, il nonno è incerto sulle gambe con la sua vita appesa a un filo. Domando al contadino dove si trova la roggia con il vecchio mulino. Mi guarda quasi stupito, poi osserva il nonno e capisce. “E’ stato tombato una ventina di anni fa, per allargare la strada, e in quell’occasione hanno abbattuto anche il mulino.” Il nonno non parla, si guarda intorno smarrito, poi mi fa cenno di ritornare a casa. Riparto, ma vorrei restare, vorrei una bacchetta magica per far tornare quel posto come era tanto tempo fa, non dico niente, ma il nonno, a cui si sono inumiditi gli occhi, parla per me:” Hanno sepolto il fosso, hanno distrutto il mulino, non c’è più nulla della mia gioventù, è stata sepolta anche lei. Così va il mondo e fra poco andrò anch’io.”

Poi si rannicchia sul sedile, le lacrime scendono libere lungo le gote, prende il fazzoletto, si asciuga il viso e gli occhi e dice:” Non c’è più, ma è ancora dentro di me e verrà via con me.”.

 
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