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  Racconti  »  Narrativa generica  »  La Messa di mezzanotte 22/12/2022
 
La Messa di mezzanotte

di Renzo Montagnoli



Stava ritto davanti lo specchio del bagno, attento a non farsi male; tagliava con metodo, usando una forbicina, i peluzzi che uscivano dal naso, quel cespuglio che Aristide, la mattina, si era dimenticato di spuntare, accanendosi invece su quei quattro capelli che gli erano rimasti, e per giunta di un indefinibile colore. - Bianco sporco – aveva sentenziato il barbiere, ridendo sguaiatamente alla sua richiesta di colorarli un po’. - Qualsiasi tinta, Aristide, ma che sia accettabile.- Il barbiere aveva detto di no scuotendo il capo e aggiungendo, in una bottega piena di gente: - Devi andare a morose proprio per Natale, con tutti i giorni che ci sono?

Era avvampato, gli sembrava che tutti lo guardassero, ma era rimasto zitto, fuggendo a gambe levate dopo aver pagato il conto e aver ricevuto l’immancabile omaggio annuale del calendarietto profumato con le fotografie di alcune signorine ben poco vestite.

Il suo problema era sempre stata la timidezza, fin da quando andava a scuola, arrossiva con niente, si impappinava, e peggio ancora era accaduto quando, uscito dalla pubertà, aveva cercato la compagna della sua vita. Calogero aveva fatto qualche tentativo, forse avrebbe anche avuto più di un’opportunità, perché non era brutto e perché grazie agli studi compiuti (era ragioniere) aveva un buon posto in banca. Se però non fosse stato per l’Adele, un’infermiera dalle forme abbondanti e generose, sarebbe rimasto scapolo, ma lei aveva occhio e quel timidone faceva al caso suo, un uomo da comandare, da dirigere come fosse stato un orchestrale. Eppure lui non aveva eccepito nulla e da quella unione, priva di figli, aveva ritratto soddisfazione, arrivando beatamente alla soglia della pensione, in un menage dove chi prendeva le decisioni era solo lei e lui non aveva di che preoccuparsi. Già pregustava i giorni in cui sarebbe stato sempre disponibile per eseguire tutti quei lavori domestici che gli venivano imposti, allorché l’Adele contrasse una malattia tanto breve quanto grave che l’aveva reso vedovo pressoché in un amen.

Rimase attonito, quasi non ci credeva, e si sentì improvvisamente solo e indifeso, si chiuse a lungo in casa, ma poi la sorella, che era sempre stata prodiga di consigli, un giorno gli fece un discorsetto – Calogero, non sei ancora vecchio decrepito, ma se continui così come minimo ti viene la demenza senile. Ti devi trovare un’altra moglie. Non sei brutto, hai una buona posizione, vedrai che un’altra vedova o a una zitella che ancora non disperi la trovi.

Già – pensò Calogero – facile a dirsi, ma come fare? Al problema s’era aggiunta la ricomparsa timidezza e lui sapeva che era stata l’Adele a conquistarlo, e pertanto adesso trovarne un’altra della sua tempra e del suo carattere era quasi impossibile.

Non sapeva proprio come fare, si guardava intorno, ma di occasioni non ne vedeva; cominciava a disperare quando una domenica a Messa la vide. Seduta nel secondo banco, esile, a differenza dell’Adele, c’era una signora di bell’aspetto (così a lui almeno sembrò); si chiese se fosse libera e allora, nonostante la timidezza, si precipitò al secondo banco, ma una donna piuttosto in carne si interpose fra lui e il suo obiettivo, non tanto però da impedirgli di notare che l’esile figura non portava un anello matrimoniale all’anulare della mano sinistra; si accertò, a fugare ogni dubbio, che anche le dita della mano destra fossero libere. Terminata la funzione religiosa si ripromise di seguirla e vide che sgambettava, da sola, lungo la via, fino a quando arrivò a una casetta in cui entrò. Calogero attese un attimo, poi guardò se c’era un campanello e il campanello c’era con un nome, uno solo: Laura Parini.

Cominciò a sperare.

Passava di lì tutti i giorni, ma non riusciva a vederla, la intravvedeva solo alla messa della domenica, ma più che sedersi allo stesso banco non riusciva, perché c’era qualcuna che si frapponeva fra lui e lei.

Intanto il tempo passava, era già arrivato dicembre, freddo, nebbioso e con non rare spruzzate di neve: Calogero pensò amaramente che anche quell’anno il suo Natale sarebbe stato orfano di una presenza femminile in casa, gli vennero i lucciconi agli occhi e decise che doveva almeno tentare di conoscerla, timidezza o non timidezza. La prossima Messa sarebbe stata quella della Vigilia, quella di mezzanotte, e si preparò spiritualmente e fisicamente alla sua missione, cercando di non peggiorare il suo aspetto, scegliendo gli abiti migliori.

Nevicava anche quella sera e arrivò alla chiesa ben prima dell’inizio della funzione, andando a occupare un posto subito nel secondo banco. Guardava quel povero Cristo in croce e anche lui si sentiva in croce, poi guardava l’ingresso della chiesa, volgeva il capo in avanti e poi lo girava all’indietro. Doveva essere stato in uno di quei momenti che i suoi occhi indugiavano sul crocefisso che lei era entrata, così grande fu il suo stupore quando se la trovò di fianco. Cercando di non farsi notare la guardò nel chiaro scuro del tempio: era esile con un viso dolce e un naso sbarazzino che sembrava ringiovanirla, ma altri segni denotavano che la gioventù era già trascorsa da un po’. Iniziò la funzione e lui pregò, pregò il Signore che gli concedesse la grazia di finire i suoi giorni con una donna accanto, con una persona con cui scambiare due chiacchiere e due carezze; la vita sarebbe stata meravigliosa se avesse potuto ricevere e, a sua volta donare, un po’ d’amore. Quando si trattò di scambiarsi il segno di pace le loro mani si incontrarono, fu solo un istante, ma a Calogero parve un’eternità. Finita la messa uscirono tutti e s’incamminarono verso casa sotto una nevicata quale non si vedeva da anni. Lui la seguiva a una decina di metri, quando, forse per una lastra ghiacciata, lei scivolò, ruzzolando per terra. Corse subito.

- Si è fatta male?

- No, grazie.

- Adesso la tiro su.

Ma non fu di certo facile, perché anche lui scivolò, finendole addosso; si trovarono così viso a viso, con le labbra che quasi si sfioravano.

- Mi scusi – biascicò con voce tremante Calogero.

Con non poche difficoltà si rimisero in piedi e lo fecero ridendo come due bambini, ma la neve era entrata dappertutto, sotto i cappotti, fra i capelli, insomma erano bagnati fradici. Lei lo guardò: vide un uomo che sembrava un pulcino intirizzito, ma nei suoi occhi si leggeva una speranza, non era male quell’uomo, chissà forse era quello che le era sempre mancato. Cercarono di scrollarsi di dosso la neve, ma era un’impresa ardua e allora lei gli disse:

- Dobbiamo toglierci gli abiti e asciugarci, altrimenti possiamo prendere un malanno; per fortuna che abito qui vicino, mi segua.

Calogero la seguì come un cagnolino, mancava solo che scodinzolasse.

 
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