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  Editoriali  »  Tempi di guerra, tempi di pace, di Lorenzo Russo 07/11/2021
 
Tempi di guerra, tempi di pace

di Lorenzo Russo





I liberatori della allora ancora amata patria si sacrificarono per cacciare il nemico, quello che era velatamente ancora presente nelle loro file come quello straniero.

Un'epoca scomparì nelle macerie del conflitto e l'Italia divenne una repubblica democratica.

Mentre i seguaci del regime cambiarono casacca o si dettero alla fuga per non essere giustiziati dal popolo insorto, i migliori dei nostri si cimentarono ad elaborare una costituzione moderna ed esemplare.

Ancor oggi la si giudica la migliore del mondo, ma chi lo afferma non tiene conto che il mondo è mutato e che essa ha bisogno di una rinfrescata.

Settantacinque anni di pace hanno fatto dell'italiano un cittadino di una Europa unita almeno formalmente, ma di certo non realmente.

Troppe sono le differenze, a incominciare dalla lingua parlata, dalla cultura ereditata di secolo in secolo superando conflitti immensi che hanno causato tantissime vittime e sacrifici, e dal modo di concepire la vita, per cui temo che ciò che definiamo la “italianità“ scomparirà, prima lentamente e poi velocemente.

Di certo la colpa è dell'italiano stesso, in quanto è troppo immaturo per poter comprendere che tutto ciò che ha conquistato va difeso, non più con le armi, non più con le chiacchiere inconcludenti, ma con la fermezza di carattere retto da una comune visione.

Di fatto, egli mi sembra troppo superficiale perché è più propenso alla vita facile e troppo ingenuo con riferimento a permettere l'invasione di persone estranee senza controllo della loro affidabilità, capacità di integrarsi e disponibilità di lavoro.

Detto questo, aggiungo che è anche vero che esistono ancora italiani coscienti dei propri valori di popolo ereditario di una cultura e valore di notevole valore.

Ma a cosa serve, quando questi valori non vengono coltivati e trasmessi da padre in figlio come dovrebbe sempre essere, quando nelle scuole si propaga una cultura europea che in verità favorisce gli altri stati membri perché politicamente ed economicamente più efficienti?

Un esame dei rapporti tra i membri della EU mi conferma che l'Italia non ha protetto abbastanza quella che dovrebbe essere la sua giusta reputazione riguardante non solo il riconoscimento ufficiale della propria lingua, ma anche il sostegno giuridico e paritario nei settori economici fondamentali; questo quando noto che il paese viene velatamente considerato paese da regolare, alla pari della Grecia tanto per fare un esempio, dove i colossi economici tedeschi hanno fatto bottino senza pudore.

La cancelliera prussiana portante il nome di Angela Merkel (considerata la mammona dai suoi concittadini) si è servita della EU per ottenere favori per il proprio paese.

Peccato che l'Italia non abbia politici di questo calibro!

Detto questo, io proporrei una Confederazione degli stati europei, di modo che ogni paese possa conservare meglio la propria identità storica, il proprio modo di vivere e pensare, senza essere continuamente sottoposto alle fin troppo rigide regole comportamentali dell'Unione, che non altro vuole che instaurare un potere centrale forte al soldo dei paesi nordici.

La problematica attuale, riguardante il conflitto tra chi accetta la vaccinazione e chi le si oppone, mi spinge a esprimere il mio parere, secondo il quale il vivere in un sistema democratico non significa il fare ciò che più si voglia, soprattutto quando in gioco sta la salute dei cittadini.

Lo ritengo un principio fondamentale sul quale dovrebbe reggersi ogni sistema democratico.

In effetti, e per mio conto, la libertà personale dovrebbe finire quando è in contrasto con i doveri civili e sociali, altrimenti si aprirebbe la porta al ritorno della dittatura.

Il motto dovrebbe essere: sì alla libertà, ma no all'arbitrio.

Guai a strapazzare oltre la lecita misura la democrazia, perché in agguato sta sempre la dittatura.

La dittatura nasce quindi quando un popolo non è capace di governarsi pacificamente, cioè quando nessuno è disposto a dare un proprio contributo.

Pace e dittatura sono due volti della stessa medaglia, che è la vita umana.

Si avvicendano periodicamente per l’immaturità dell'uomo, ma anche per volere della natura, che sempre vigila su tutto ed è pronta a imporre la sua volontà, rigida, severa, patriarcale.

E ora, con riferimento alla pandemia in corso, ritengo che la vaccinazione della popolazione sia un dovere civile da osservare.

Un non vaccinarsi è un mettere in pericolo la vita degli altri, e questo sebbene il vaccino non offra ancora la completa sicurezza di efficacia o il paziente possa avere abbastanza anticorpi da non temere l'infezione, in quanto sono eventualmente gli altri che verrebbero infettati.

Le pandemie non si eliminano, esse ritornano e diventano sempre più difficili da combattere, ma mi ricordo quando molti decenni fa le persone contagiate sarebbero state grate se avessero avuto a disposizione un vaccino.

Quando noto che la grande maggioranza dei ricoverati all'ospedale sono i non vaccinati, mi è chiara la sua utilità.

Tra i dimostranti c'è un gruppo, non proprio esiguo, che persegue il fine di mettere in pericolo l'ordine pubblico.

Sono coloro che credono ancora nell'ideologia del fascismo, del nazismo, di una religione autoritaria o semplicemente si divertono a farlo.

Sono il fondo scuro dell'animo dell'uomo, ma in un certo senso anche utili perché risvegliano le coscienze tese all'ordine e alla pace.

È il solito conflitto tra i due poli che qui si manifesta e determina la condizione umana.

Poi ci sono quelli che non hanno fiducia nelle istituzioni e quelli che vi partecipano per divertirsi marinando la scuola.

Perché non organizzino le dimostrazioni in un giorno non lavorativo o di scuola, rimane una domanda senza risposta.

Un ultimo gruppo è composto da manifestanti che credono in quello che pensano e lo manifestano apertamente.

Una discussione aperta e chiarificatrice tra i pro e i contro porterebbe qui buoni risultati.

Insomma, mi sembra che la scuola vada qui indirizzata, polarizzandola maggiormente sui temi civili e sociali senza l'influsso dei partiti e religioni.

Nella considerazione che la maggioranza dei dimostranti è giovane, aggiungo che è normale che vogliano protestare ogni qualvolta venga deciso qualcosa di importante, ma so anche che, passata l'adolescenza, loro verranno presi dalla realtà della vita, che significa assumersi la responsabilità per ogni azione compiuta e parola espressa.

Nonostante ciò, ritengo che sia proprio il loro protestare a motivare gli adulti a rivedere le loro posizioni, così che nel corso del tempo la realtà riesca a migliorare, anche se molto lentamente.

Detto questo, cambio l'argomento e lo trasferisco su una mia constatazione secondo la quale, finita una guerra, i superstiti vivono per dimenticarla, mentre i giovani cercano i pericoli e lo fanno nel loro modo più consueto e praticabile, quali sono oggi le attività sportive ad alto livello di rischio e le svariate avventure spericolate.

Da qui ne deduco che, se nei disastri l'uomo viene stimolato al loro superamento, nella pace si dà a praticare attività ardue e pericolose per dimostrarsi di essere coraggioso e ardito.

Tempi di guerra, quindi, e tempi di pace; nel loro avvicendarsi noto un senso utile, che è quello di voler superare i primi e conservare i secondi, purtroppo senza successo duraturo, come sempre si verifica.

Godiamoci, ora, la pace, ma prepariamoci mentalmente al prossimo grande conflitto, che verrà quando la pace non è stata frutto di una conquista, perché solo chi l'ha conquistata è propenso a conservarla.

Ed è qui che bisogna agire sui giovani, di modo che comprendano che la pace è un diritto che va conquistato.

In questo caleidoscopio di avvenimenti contrastanti, la democrazia se ne va a spasso e il tempo di guerra abbaglia già l'orizzonte.

Non per niente le grandi potenze si danno da fare per affrontare con carte migliori il prossimo conflitto.

Quale psicopatico/a accenderà questa volta la miccia?


 
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