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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  La soglia, di Roberto Estavio 16/02/2007
 

LA SOGLIA

 

Nella stanza abbastanza capiente, costeggiata da corridoi

informi, ripieni di dolore per il troppo.

Sopra la caldaia, che un po' riscalda vicino la macchinetta

del caffé, non lontano dallo stanzone dei ticket.

La stanza è costruita in prefabbricato.

I tavolini sono originali. Un designer pagato da una banca

li ha progettati e colorati sinuosi.

Il sole fa capolino dall'unica finestra. Gli infissi sono

vecchi. Il legno si scrosta (forse è come una lucertola).

In questa primavera non c'è niente da pensare.

Proprio nulla.

Gaetano è seduto ma la sua testa gira vorticosamente, capita

che sia la stanza a girare, le sue orecchie percepiscono

qualcuno che voglia fare il furbo: è un sussurrare.

Nel pomeriggio a casa ci sono tutti.

È un ambiente familiare.

Padre, madre, sorella, sorellina, morosa, un amico.

Dentro c'è un insopportabile  caldo.

I familiari non fiatano.

Non c'è odore di chiuso, solo musica classica.

Tutti resistono, tutti vanno oltre.

Ogni mattina Gaetano si alza presto, si cambia.

Non sopporta la puzza che in una sola notte si accumula

nella biancheria intima.

Deve essere pulito.

Poi torna.

Ogni volta si guarda attorno: solo camici bianchi, solo

minuscole fotografie e nomi e cognomi.

I corridoi sono sempre popolati. Le stanze si popolano.

Parlano la sua lingua, il corpo trasmette gli stessi

messaggi.

Lui si incanta a guardare lungo le pareti: sfoghi, divieti,

annunci.

 

È come in gruppo, è come con gli amici: se trovi….se

hai perso....perché loro sanno come vestirti.

Poi arriva il dottore. Sua sorella corrompe i vicini per

tenerlo fermo.

Tutti ci parlano, tutti lo toccano. Lei chiude la porta

dello studio.

Il medico la vede. Lavora in mezzo ad un ammasso di carte.

E' l'unico dottore senza camice, senza cartellino, che non

si cura la barba.

Stiamo lavorando, cara ragazza, la massa tumorale di tuo

fratello è diminuita, adesso dobbiamo fermarci per un po'

perché rischiamo di compromettere il suo fisico.

Potrebbe non rispondere, potrebbe non farcela.

 

La mente della sorella si riempie di odori e di oggetti.

La sua mente è un grumo disordinato che appare in maniera

intermittente.

Di notte, di giorno, lungo la strada.

A lei sembra che anche i cubetti di porfido le dicano

qualcosa.

Che gli animali domestici, trincerati dietro solide

staccionate, ballino e danzino al suo fianco.

 

Passano cinque minuti. Lei e il fratello escono fuori.

L'asfalto ha un'anima. Una volta si camminava e basta, ora

è tutta una sinfonia.

Ritornano a casa.

Lasciano la macchina vicino ad un cassonetto, dove dentro

ci sono oscuri rifiuti organici.

Salgono le scale. Gaetano ansima ma è arguto e veloce.

Non si fa aiutare.

Fuori dalle finestre, i panni si librano, si rimpiccioliscono.

prendono una loro forma: sono tondi, sono cerchi colorati.

 

Entrano in casa.

Lui inserisce una cassetta nel mangianastri: la sua prova.

Nella prima periferia, lui da solo, un assolo con la chitarra. 

 

Immagina che poi anche gli altri ascoltino la sua musica

come un rito, a turno.

Ascoltino, ascoltino e poi la pensino.

Nudi nella loro mente.

 

 

In quel banchetto di uomini appaiono sagome in bianco

e nero: buffi manichini inautentici ogni settimana si

alternano davanti al suo relitto.

 

Mentre l'amico prepara il tè, tutti si guardano resi più

potenti dalle maschere.

Qualcuno segue una voce, un altro ordina da bere, altri

eseguono strani volteggi.

 

Intanto intonano una canzone ma nessuno sa che cosa

sia.

Non è una melodia.

Fa paura.

Gaetano ha paura.

 

Il gatto si avvicina, lo annusa, si strofina.

Lui dice pensa a quanti fiori vedrai luccicare dalla  finestra,

a quanti brusii ti costringeranno ad ascoltare, pensa a quanti

dormiranno senza il fastidio di una zanzara.

 

E' sera.

Tutti sono seduti attorno ad un tavolo.

Nessuno si azzarderà ad aprir bocca.

La madre ripara un oggetto.

Il padre pensa all'andamento della bottega.

La sorella studia su quel manuale che tanto le ha insegnato.

La morosa pensa al bonsai abbandonato  a casa.

Poi  ricominciano a parlare ma non si guardano, non

muovono le mani, non camminano, desistono dal leggere,

non imparano.

Un silenzio sporco inonda la casa.

Nella stanza tre luci si illuminano: il giallo, il rosso,

l'arancione.

Gaetano vorrebbe aprir bocca, dire qualcosa, continuare un

discorso che gli altri appena accennano di là.

Come nelle storie, quando succede qualcosa.

Ma è impedito, non partecipa.

 

In una stanza colma di scatole, in una smisurata notte,

tutte le residue maschere finiscono nella spazzatura.

Un nero rumoroso fagocita tutto.

 

 

 

 

 

 

 
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