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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  La nuova casa di Pietro, di massimolegnani 05/02/2023
 
La nuova casa di Pietro

di massimolegnani



A diciott’anni Pietro era già a un punto morto, la scuola abbandonata prima del diploma, il lavoro in fabbrica preso e lasciato nel giro di un mese, non faceva per lui la catena di montaggio. E adesso ammuffiva sul divano come su una zattera con i suoi beni di prima necessità, sigarette, popcorn e lo schermo dello smart. Per suo padre, abituato a lavorare sodo da una vita, era inconcepibile che il figlio vegetasse senza fare assolutamente nulla, nemmeno le cose sbagliate.

Non servirono strigliate e rimbrotti, Pietro in casa continuava a essere poco più di un soprammobile, finchè un giorno il genitore esasperato lo caricò quasi di peso sulla Panda assieme a una branda, un sacco a pelo, un vecchio fornelletto da campeggio e poco altro.

Fu un viaggio breve e muto, dalla periferia della città alle strade sterrate della prima collina. Pietro riconobbe il luogo dove da bambino teneva compagnia al padre impegnato a curare la piccola vigna e l’orto. Ora era tutto in abbandono, l’orto incolto, erbacce ovunque.

Non vorrai lasciarmi qui, disse Pietro sbigottito.

Devi darti una mossa. Io non ho più tempo per la campagna, ora tocca a te: nel casotto troverai gli attrezzi per zappare, sarchiare, potare.

Torni stasera a prendermi?

No, caro, passerai qui la primavera. Tornerai a casa solo quando l’orto accudito da te inizierà a produrre.

E dove dormo? Che cosa mangio?

Svuota il casotto dalle cianfrusaglie, ripuliscilo a fondo e sistemaci la branda e le altre cose. In quel sacco ti ho lasciato delle provviste per i primi giorni, poi dovrai cavartela da solo.

Ma è una follia, papà!

La vera follia era buttare via la vita senza far nulla come facevi tu.

Ma io non so nulla di campagna.

Mi hai visto tante volte lavorare qui, qualcosa avrai imparato. Il resto lo farà la necessità di sopravvivere.

Sei crudele, disse Pietro che non si capacitava dell’improvvisa severità di suo padre.

È ora che io vada.

Almeno mi lasci la Panda?

Ahah, no di sicuro. Se hai bisogno di qualcosa, a tre chilometri da qui c’è un paese con un negozio che vende un po’ di tutto. Non ti farà male camminare un po’.

Il padre gli diede una pacca sulla spalla, gli ficcò in tasca un po’ di soldi e salì di fretta in macchina, prima di lasciarsi commuovere da quel pelandrone smarrito che era pur sempre suo figlio.

Pietro non smentì il suo carattere indolente e, dopo aver preso a calci ogni sasso che gli capitava a tiro, si buttò in branda per il resto della giornata. Accese lo smartphone e scoprì disperato che lì non c’era campo: niente internet, niente contatti, questa era la fregatura peggiore di tutte. Maledisse suo padre.

All’alba fu svegliato dal freddo intenso e suo malgrado fu costretto ad alzarsi per scaldarsi un po’. Aveva dormito poco e male tra ragnatele, polvere, muffa e forse qualche topo. Decise di dare una sistemata al casotto così almeno avrebbe potuto dormire in pace. Buttò fuori tanto ciarpame che si era accumulato negli anni e con una ramazza di saggina si mise a scopare il pavimento grezzo. Dietro a un fascio di rastrelli, zappe e altri attrezzi, scoprì una vecchia stufa in ghisa che forse poteva tornargli ancora utile: la ripulì, sistemò al suo interno il refrattario che si era staccato dalle pareti, la ricollegò al tubo che usciva dalla finestrella, ma per farla funzionare aveva bisogno di legna. Di malumore si arrampicò, armato di accetta, verso il bosco in cima alla collina.

In quei primi giorni si rese conto che più si dava da fare per risolvere un problema e più saltavano fuori altre cose da fare. Giocoforza stava entrando in un circuito di fatiche per lui perverso, ma almeno ora e poteva scaldarsi delle minestre sulla stufa e godersi il suo tepore nella notte.

Anche se non l’avrebbe mai ammesso, ora Pietro al mattino si alzava con più entusiasmo e subito andava al ruscelletto lì vicino a lavarsi e fare provvista d’acqua con un pentolone.

Non si era ancora dedicato all’orto, ridotto ormai a una terra incolta invasa dalle erbacce, gli sembrava una resa al volere di suo padre, però aveva intrapreso alcuni lavoretti impegnativi come il rinforzare i muretti a secco che limitavano e contenevano i due piccoli terrazzamenti. Era un lavoro di pazienza, per ogni punto che aveva ceduto doveva ricompattare la terra e trovare le pietre adatte a tamponare la falla. Aveva anche sostituito alcuni pali che reggevano la vite ma più di quello non sapeva cosa fare con la vigna.

Gli venne in aiuto il vicino di campo che compariva puntuale ogni sabato ad accudire il proprio orto. Era un ometto di poche pretese ma che sapeva il fatto suo su verdure e vite; gli consigliò quali piantine di pomodori procurarsi, dove far crescere le zucchine, dove le melanzane, e gli mostrò come potare la vite, in pratica gliela potò quasi tutta lui. Così Pietro per non deludere l’uomo fu quasi costretto a dedicarsi all’orto: si spezzò la schiena a ripulirlo dalle erbacce, vangò a fondo la terra, spezzò le zolle e suddivise la terra in piccoli comparti che pettinò a lungo col rastrello.

Da qualche giorno un cagnetto spelacchiato si aggirava per il podere senza osare avvicinarsi di più. Una mattina Pietro mise fuori dal casotto una ciotola d’acqua e un’altra con un po’ di zuppa. Dopo qualche titubanza l’animale, vinto dalla fame, ripulì le ciotole e si accucciò riconoscente vicino a Pietro che riposava al sole appoggiato al muro del casotto.

Quando il ragazzo scese in paese a fare provviste il cagnetto lo seguì trotterellandogli a fianco. Erano diventati amici.



 
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