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  Letteratura  »  Organsa, di Mariangela Mianiti, edito da Il Verri e recensito da Grazia Giordani 05/05/2021
 
Organsa – Mariangela Mianiti – Il Verri – Pagg. 269 – ISBN 9788898514564 – Euro 16,00



Quando la rinuncia diventa uno stile di vita

Luisa, sarta nella Bassa parmense e donna prigioniera del suo mondo



Se ci sono romanzi che ti tengono incollati fino all’ultima pagina, certamente tra questi brilla «Organsa», il fresco di stampa di Mariangela Mianiti (Il Verri edizioni, diretto da Milli Graffi, pp.269, euro 16). Dopo aver ottenuto importanti premi giornalistici, la Mianiti nel 2011 ha pubblicato per la Sonzogno «Anche il caviale stanca». Attualmente scrive per il quotidiano «Il Manifesto» su cui tiene la rubrica Habemus Corpus.

Il plot narrativo ci porta nella Bassa Parmense, in anni in cui la donna contava meno di poco. Voce narrante è Aurelia, a cui fin dalla primissima infanzia nulla sfugge, tutto vede, annota sottolinea. L’incipit parte da un plico di vecchie fotografie di famiglia. Tra i vari parenti raffigurati, Aurelia nota lo sguardo di Luisa, sua madre, ostile nei confronti di Anselma, la nonna. «Mia madre accanto a sua madre è un umano che sa di essere vicino al suo carnefice e sta all’erta. Questa foto è crudele. La nascondo - afferma Luisa – in fondo a un cassetto, le mostrerò solo le altre, quelle più innocue». Dentro quello sguardo, dunque, sembra racchiudersi un segreto che aleggerà nella pagina, rivelandosi gradatamente. Luisa si è maritata con un uomo, gran lavoratore, generoso, semianalfabeta, sempre disprezzato dalla famiglia della moglie. Luisa è stata costretta, compiacendo i genitori, a rinunciare a tutto ciò che le stava a cuore: lasciare l’amata Parma, andando a vivere a Campetto, nella Bassa. Questo significherà doversi curare di un’osteria, di un negozio bazar di alimentari, trascurando il suo amatissimo lavoro di sartoria. La madre, che evoca in noi l’immagine della matrigna di Cenerentola, la comanda inesorabile, privandola di qualsiasi aspirazione. Gli sposi, con la piccola Aurelia, vivranno negli spazi angusti di un immenso casone. A loro toccherà sempre la parte meno comoda. I disumani genitori della sarta rinunciataria, saranno maestri di soprusi e di angherie continue, appropriandosi degli spazi migliori, aggiungendo pezzi, come in una volubile scacchiera a quel casone mostruoso. Aumenterà il numero dei figli, diminuendo, in proporzione, la libertà della sottomessa Luisa. La trama di una storia triste è vivacizzata dal mix tra il lessico cristallino dell’Autrice e la durezza, simile a revolverate, del dialetto parmense contadino che ignora la consonante zeta, sostituendola con la esse. Ecco perché l’organza, il tessuto trattato dalla sarta Luisa, diventa l’Organsa del sintetico titolo del romanzo. Sempre più incuriositi, vediamo crescere la narratrice e i suoi tre fratelli, divertiti dalla vita dell’osteria, popolata da personaggi balordi. Un’atmosfera, questa, che piacerebbe al compianto Giuseppe Pederiali.

Luisa, rinuncerà anche a una ghiotta occasione di dirigere una sartoria di lusso, si annienterà nelle rinunce. Non mancano certo flash umoristici, come quello dell’ispettore scolastico che andrà a fare controlli alle scuole elementari, frequentate da Aurelia che brilla e brillerà sempre in tutte le materie. Mentre la vita avanza, nell’osteria entrerà il primo televisore, nel garage la prima automobile, tardivamente in casa la prima lavatrice.

I ragazzi cresceranno, formando, a loro volta le proprie famiglie, torneranno al casone tutti insieme solo a Natale.

Il finale inaspettato della trama, lo lasciamo al lettore, per non rovinargli la malinconica sorpresa.


Grazia Giordani


 
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