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  Letteratura  »  Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, di Carlo Emilio Gadda, edito da Garzanti e recensito da Siti 16/05/2021
 
Quer pasticciaccio brutto de via Merulana – Carlo Emilio Gadda – Garzanti – Pagg. 304 – ISBN 9788811694625 – Euro 12,00


Diritto e rovescio


Chi è certo di aver ragione a forza, nemmeno dubita di poter aver torto in diritto”.

Immaginiamoci se Ingravallo, poliziotto molisano nella fascistissima Roma del 1927, può lontanamente pensare di impersonare il dubbio nella ricerca della verità: ovvio è, che niente può turbare la quiete pubblica o per meglio dire l’artefatta costruzione della realtà che il regime impone. Lo seppe bene il povero Gino Girolimini che - per inneggiare alla giustizia celere il “Testa di Morto in feluca “- venne per tale solerzia ingiustamente accusato di ben sette omicidi legati alla pedofilia, poi discolpato ma con la vita rovinata. E questo, nel quale si trova a indagare il povero Ingravallo , è proprio un caso di omicidio a doppio filo legato ad un precedente furto subìto dalla signora Menegazzi – attenzione vuole che non si avviti la lingua proprio sullo scambio consonantico nel secondo termine - inquilina dello stesso stabile in via Merulana 219, scala A, dove è stata uccisa appunto la signora Liliana Balducci. Già queste mie scarne righe introducono la vicenda e l’ambientazione ma è lo stile a far la differenza: un rimbombare di dati, un affastellarsi di richiami, un prepotente realismo che toglie a tratti il respiro e allontana dal puro fatto accidentale.
Ho letto questo giallo non giallo, non si perviene infatti a una risoluzione ma si rimane ancorati all’ultimo emblematico dubbio del protagonista, con viva curiosità, alte aspettative e il giusto timore reverenziale scaturito da un acerbo approccio al romanzo , su consiglio di una docente che ne parlò come della “migliore opera della letteratura italiana del Novecento” e che abbandonai dopo le primissime pagine. Troppo piene, troppo allusive, ricche di richiami culturali che mi era impossibile inseguire e quel lento scivolare dentro l’anima delle persone attraverso il logos. A distanza di anni, molti in verità, sono stata invece scalzata dalla mia reticenza perché ho goduto di questa lettura che mi ha sorpresa soprattutto sotto l’aspetto linguistico.
Posso paragonare il sentimento a quello provato nel leggere per la prima volta Bufalino, con la sola differenza che qui avevo bisogno del suono e per lunga parte ho sentito l’esigenza di leggere a voce alta il pastiche linguistico dove su tutto regna il romanesco. Magistrali sono le pagine , soprattutto nella prima parte, che a tamburo battente intercalano la prosa con fiorite e colorite espressioni che richiamano alla mente il duce , si va dal “Testa di Morto in stiffelius” a “potenziatore d’Italia”, passando per “mascelluto”e “Pupazzo a Palazzo Chigi”. Si respira fin da subito un’esigenza di giustizia e di ordine, l’ironia è fine, a tratti irresistibile e divertente, se non fosse che su tutto aleggia l’opprimente cappa di connivenza, di subordinazione, di ordine perfetto e il pensiero allora si arresta alla dura riflessione. Il senso della giustizia. Alla mente subito Sciascia e poi Tabucchi, altri regimi, altre connivenze e quel torpore di chi , il protagonista delle loro opere, come Ingravallo, si muove. Ho parlato di una prima parte, in realtà l’opera non vive di distinzioni di tal sorta, ma è come se fosse bipartita in virtù della sua adesione o meno al modulo del giallo; fino al settimo capitolo si acquisiscono le informazioni necessarie per avviare l’indagine e la fabula va di pari passo con il procedere degli eventi fino ai funerali della vittima, poi è un lento procedere e arenarsi tra piccola gente di borgata scoperchiata nella sua quotidianità, piccola e greta e sudicia, a scalfire una patina di perbenismo che mai sarà crosta. La dura crosta è altro. È il moribondo in povertà alla fine del romanzo speculare alla rappresentazione della trachea inanellata trafitta da una lama che si perde nel gorgoglio del denso sangue di una vittima perbene. La crosta è la violenza di cui si nutre l’uomo e che si perde nella filosofia del protagonista con la fronte segnata da due “bernoccoli metafisici”: le catastrofi sono sempre non tanto l’effetto di una singola causa ma di una “molteplicità di causali convergenti” in uno “gnommero” ( gomitolo) che può solo trasformarsi in un “pasticciaccio”. Buona lettura.


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