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  Letteratura  »  Perché ancora oggi la poesia non è sociale, di Giuseppe Piazza, 22/12/2021
 
Perché ancora oggi la poesia non è sociale

di Giuseppe Piazza



La nostra storia culturale, nonostante tante generose rivoluzioni sociali e scientifiche, è stata e continua ad essere sostanzialmente denominata dal senso di particolari parole convenzionali che, a lungo andare, hanno definitivamente sovrapposto la loro essenza concettuale sulla realtà storica, costringendola a misurarsi, in vario modo e in ogni circostanza, con esse. L’aspetto più rilevante di queste parole sta tutto in quel mondo psicologico che esse hanno solidamente edificato nella coscienza, come risposta definitiva ai problemi esistenziali e morali della vita, tanto che l’uomo è stato facilmente educato a credere e a ritenere che la vita sia stata concettualmente sempre così, e che si sia servita di queste parole particolari e non anche di altre, e con nessun altro significato fuori di quello da esse proposto, come di solito avviene con le parole di natura religiosa. E’ innegabile, e gli effetti continuano ad essere ancora oggi sotto gli occhi di tutti, come sia stato evidente il fallimento storico della morale professata in dipendenza di quest’ordine di parole, che in ogni tempo mai hanno risparmiato all’umanità gli orrori di una guerra, né di una ingiustizia sociale, né, soprattutto, in alcun modo, mai hanno assecondato la sua naturale tendenza alla libertà di pensiero, anzi, con ogni mezzo, sempre più strettamente l’hanno ostacolato, accrescendo la sua storia di sventure e vessazioni morali di ogni genere. In tutto questo, cosa, ha fatto la poesia? Forse il pregiudizio di comodo della sua inutilità sociale, che frequentemente si è imposto, anche e soprattutto con l’avallo di poeti laureati, avrebbe dovuto metterla al riparo dal dar conto concreto della sua esistenza nella vita degli uomini, apparendo solo sufficiente averla considerata come espressione dei loro sentimenti interiori, come se poi essi non si nutrissero di quei medesimi tempi culturali registrati dalla presenza di quelle stesse parole che in tutto informano il suo pensiero? Ha forse mai seriamente insinuato il sospetto sulla validità sociale e culturale delle parole, che sono anche sue, attraverso cui l’uomo si educa, attraverso cui si porta dietro il suo passato, attraverso cui assume dei parametri per giustificare o riprovare le sue azioni? Il poeta, specie del Novecento, anche quando è stato eccellente per i risultati artistici, è stato insufficiente per la realtà morale dell’uomo e del suo tempo, perché si è limitato a leggere le sue inquietudini dai risultati determinati dalle componenti politico-sociali, comportandosi come un positivista, piuttosto che come un filologo spregiudicato, capace di rivoltare le parole dall’altra parte, per svelarne le lunghe manipolazioni e deformazioni culturali. Forse per questo suo consueto aspetto di discrezione verso il mondo delle parole, il poeta non ha mai messo in discussione la realtà concettuale delle parole che ha usato, e se talvolta ne ha fortemente sentito il peso opprimente, il suo intendimento progettuale non è però approdato ad un chiaro e consapevole esito critico ma a quello intellettualmente prevedibile e negativo della pagina bianca, del mutismo e dell’impotenza della parola, aspetti questi che rivelavano i limiti culturali e storici in cui si muoveva l’orizzonte delle sue ricerche e dei suoi fini, un lavoro destinato, al di là delle straordinarie innovazioni formali, alla sterilità, perché privo di proposte e finalità sociali. Così la mente, pur nel mutare delle circostanze storiche e culturali, si è ritrovata e si ritrova davanti sempre lo stesso uomo, la cui esperienza viene riletta con l’unico registro logico che lo inchioda alla sua natura, più che alle sue parole. Noi siamo il prodotto delle nostre parole e dei nostri pensieri, che, come si sa, affondano i loro umori proprio nei concetti che le parole ci hanno costruito culturalmente.

Non basta, come credo, esprimere la nostra problematica sensibilità in un confronto continuo e dolente con la realtà, se poi non si rimuovono consapevolmente dalle parole che usiamo le incrostazioni culturali che le deformano e che ci impediscono di spingere lo sguardo severamente fin nelle loro radici inautentiche. L’uomo non si muta e migliora accrescendo il solo suo benessere economico, ma soprattutto eliminando le false strutture intellettuali che hanno determinato il percorso storico e civile della sua vita. Per questa complessità di situazioni, che stanno a monte del fare vera poesia, ancora oggi tutto sembra immodificabile per la poesia, ed immodificabile concettualmente essa stessa; le parole, messe alla prova concreta della storia, finiscono sempre con il riproporre le stesse prospettive esistenziali e i limiti conoscitivi, sicché ci si acquieta nella assuefazione che vuole la poesia come espressione di sentimenti personali o di riflessioni su fatti e situazioni storico-sociali rilevanti, senza mai però culturalmente andare al di là del dato di fatto in sé, tanto che l’uomo può venire ritrascritto in una prevista ricapitolazione esistenziale, in cui da sempre esteticamente getta ponti ardimentosi di prospettive ed erige puntelli per trovare una soluzione plausibile di verità, un pretesto mentale per sostenere le sue riflessioni. In tali ricorrenti ed immodificate circostanze culturali, come aiutare con la poesia l’uomo ad uscire fuori da questa situazione mentale dolorosa, se la poesia obbedisce anch’essa agli stessi risvolti psicologici delle parole di cui il poeta si serve per le sue relazioni quotidiane? E poi, come riconoscere quelle autentiche e culturalmente appropriate e valide da quelle strumentalizzate ed artificiose? La soluzione sembrerebbe insuperabile data l’unità psicologica dell’uomo, sia quando agisce come poeta e sia quando si trova a riflettere di fronte a delle situazioni della sua esperienza sociale. Ma se noi consideriamo che le parole con cui siamo stati educati per leggere la vita, la storia, l’intimo nostro pensiero, sono parole che ci hanno dato soluzioni chiuse, a differenza dell’intrinseca mobilità della mente che sempre si scopre problematica ed in ritardo con il fluire del tempo e delle sue mutevoli e sorprendenti esperienze intuitive, allora dovrà essere compito morale di una nuova e seria cultura aprire un più reale dialogo con il pensiero dell’uomo, perché egli possa responsabilmente ricostruire concetti non più assoluti e rigorosi, ma tali da essere espressione concreta dei suoi nuovi travagli mentali, misura del suo reale agire ed organizzarsi in modo da sfuggire ad ogni manipolazione interessata e consentirgli così di giungere ad una nuova e provvisoria sintesi conoscitiva sulla scorta anche di un fecondo e consapevole relativismo critico. Ma la poesia oggi, anche se è vivace e dolente espressione del nostro tempo, resta, tuttavia, ancora molto lontana da ogni seria funzione sociale e culturale, perché non osa mettere in discussione, attraverso un profondo ripensamento critico, i contenuti, la psicologia delle sue parole; non osa assumere il presente storico istituzionalizzato nelle grandi parole sociali, per confrontarsi con esse in una dialettica che superi il semplice segno grafico, codificato spesso in una sospensione vaghissima, che, per la sua suggestione musicale, crede di aver risolto il problema.

La poesia oggi più di ieri deve problematizzare le grandi parole morali della tradizione, attraverso cui si è stati educati a leggere il mondo, per scoprire la responsabilità che esse hanno avuto nel determinare le azioni dell’uomo. Solo così si può onestamente sperare di cambiare il mondo e di consentire all’uomo di essere un saggio padrone del proprio destino. Perché, se è vero che noi siamo i nostri pensieri, è altrettanto vero che noi siamo educati e anche deformati dalle parole che contengono i concetti dei nostri pensieri. La poesia che è la parola per eccellenza, non può moralmente ignorare il proprio materiale culturale, e, a sua volta, il poeta, che ne è il più diretto fruitore ed organizzatore se vuole giovare alla poesia e farla uscire dal pregiudizio della sua inutilità sociale, pur senza mai rinunciare in privato alle proprie emozioni, deve darsi da fare per rieducare l’uomo del suo tempo, e non solo, con una nuova ed autentica riproposizione di situazione umana, da cui sappia far trasparire gli schemi storico-culturali che hanno determinato le strutture mentali dell’uomo occidentale, in special modo, che, nonostante tutto ,continua ancora a leggere la propria vita tenendo immutabile in mano il libro degli altri. Ed infine ci chiediamo, dopo questa premessa, quale soccorso culturale autonomo e nuovo di rinnovamento può offrire la parola poetica nella struttura mentale del nostro uomo? Ha essa un rapporto con la società o solo risponde ad un bisogno espressivo interiore di chi la utilizza? Nel corso della storia letteraria la parola poetica non ha mai potuto prescindere da questi due ambiti umani, anche quando essa si è presentata nelle forme più irrazionali e meno disposte ad essere comunicabili. La parola poetica ha sempre, in ogni modo, voluto porsi come mediazione tra il soggetto-poeta e la società addentrandosi nei diversi aspetti della personalità del poeta stesso e delle situazioni storiche che hanno determinato il modo di sentire e di proporsi di quello. Questo discorso, che suona apparentemente contraddittorio con quanto di sopra ho scritto e sostenuto a proposito della non socialità della poesia, considerata nei suoi contenuti, serve invece, a confermare la mia convinzione sulla marginalità della parola poetica nel prendere coscienza della reale psicologia dell’uomo sociale in tutte le epoche, meno dannosa nelle epoche classiche, più devastante e duratura nella nostra, proprio per il prevalere nella mente dell’uomo di una educazione culturale in funzione di un sistema di idee e di valori considerati definitivi. Parole queste per ogni stagione, si direbbe, parole sempre le stesse nella loro incidenza psicologica e culturale, parole che non hanno più bisogno di essere revisionate dalle conquiste filologiche e storiche, o da una disinteressata analisi di comparazione e di storicizzazione dei loro contenuti concettuali. Cosa ha fatto il poeta in questa prospettiva per dare alle sue parole un senso originario e storico e non solo emozionale ed esistenziale? La narrazione favolosa e conviviale o sentimentale della parola poetica classica rispondeva ad un bisogno naturale di conoscenza e di espressività, il suo mondo concettuale variava di lusinghe personali e di proiezioni mitiche, si estendeva invincibilmente a comprendere tutte le intime forze della fantasia e della retorica, e allargava sempre più il suo libero orizzonte intellettuale in una piena adesione intellettuale con quanto la riflessione morale induceva a meditare sulle malinconie esistenziali e sui rapporti sociali, sui quali pure incombevano ritualità e tensioni spirituali che, a lungo andare, finivano con il deformare ogni sana riflessione culturale e psicologica .Ma se l’ambito della parola poetica e morale antica lasciava un largo margine speculativo sempre aperto alla curiosità e all’esperienza razionale, che trovava dentro di sé un mondo di suggestioni su cui poteva anche ridire non così avvenne con la nuova visione della vita e del mondo, che seguì la fine del vecchio ordinamento politico e culturale. Quello che successe dopo nella sfera concettuale delle parole è ancora sotto gli occhi di tutti, perché i suoi effetti morali perdurano ancora nella nostra psicologia e nella nostra storia. L’angoscia esistenziale dell’uomo moderno non è solo figlia di un semplice o brutale contrasto tra leggi naturali e leggi politiche, non ha niente, perché da sempre antico e presente, delle sconvolgenti rimozioni freudiane, incidenze biologiche che crescono nella fatalità delle nostre combinazioni emotive, perché essa è essenzialmente figlia della pretestuosa serietà di favole e parole chiave che si imposero come patrimonio culturale onnipresente e onnicondizionante, e restringendo,per di più, ogni pensiero, ogni atto ,ogni evento nella loro proiezione morale. L’infelicità dell’uomo occidentale non ha origini solamente politiche ed economiche, ma soprattutto culturali. Non che gli antichi fossero del tutto felici, per dirla con il Leopardi, ma almeno non si negarono il diritto di vivere e morire liberamente e soprattutto di pensare secondo coscienza, e di rinnovarsi. Il mio non è ovviamente un discorso che vuole toccare i problemi della bioetica, come potrebbe far pensare la precedente allusione alla libertà del morire, ma mostrare se l’uomo con le attuali parole culturali della sua educazione mentale sia diventato più responsabile e disinteressato, o se anche, in ultimo, più felice. E tutta la storia, invece, ci dimostra il contrario.E questo perché non si vuole, come un grande progresso pedagogico, revisionare e storicizzare le parole chiave che ancora ci guidano e ci condizionano in ogni pensiero, in ogni giudizio. Non si vuole più accordare alla mente dell’uomo quello stesso diritto intellettuale che ebbe la nostra civiltà occidentale e cristiana di sostituirsi a quella antica nella proposizione di nuove parole. E’ come se l’uomo avesse concluso la sua capacità mentale di creare parole e formule liturgiche irrazionali per immettere linfa nuova in tronchi vecchi e dare al suo pensiero più freschi materiali per nuove dimensioni civili. E in tutto questo che c’ entra la poesia? Ma se la poesia, per riconosciuto statuto è essenzialmente parola, e la parola è l’espressione dell’educazione completa dell’uomo, e se l’uomo continua a credersi sempre sotto lo stesso cielo, non è forse anche colpa della poesia che non si stanca mai di ricapitolare l’uomo dentro l’assuefazione di parole e di sentimenti dal registro psicologico e culturale invariabile?




















 
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