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  Letteratura  »  La Mandragola. Belfagor. Lettere, di Niccolò Macchiavelli, edito da Mondadori e recensito da Siti 30/07/2022
 
La Mandragola. Belfagor. Lettere – Niccolò Macchiavelli – Mondadori – Pagg. 150 – ISBN 9788804539032 – Euro 8,50


Carpe Diem


Commedia capolavoro del teatro cinquecentesco, si basa sui moduli di Terenzio e di Plauto riconoscibili nell’intreccio lineare, nella vivacità dei dialoghi, qui impreziositi da una prosa fiorentina capace di restituire il vernacolo dell’epoca caratterizzando i singoli personaggi. Commedia di successo, successivamente messa all’indice dall’Inquisizione e poi riabilitata quando la laicizzazione statale non è stata più ritenuta scandalo e parliamo del nostro secondo dopoguerra. Vive tuttora nel luogo a sé più congeniale, il teatro.
Il tema principale, di natura boccacciana, è la beffa ai danni dell’ingenuo, dello sciocco: si tratta infatti di un raggiro ai danni di un marito che vorrebbe un figlio dalla propria moglie e per ottenerlo si affida a un’ improbabile cura consistente nell’assunzione di una pozione ottenuta dalle radici della nota pianta velenosa, da parte della moglie che poi, essendo giaciuta prima con un uomo destinato a morte certa per averne assorbito il veleno, potrà ricongiungersi nuovamente con il marito il quale la troverebbe così fecondabile.
Il protagonista principale è Callimaco, infatuato di Lucrezia, moglie di messer Nicia, che aiutato da Ligurio si finge medico e riesce a far crollare un debole e superficiale impianto morale: tutti cedono al male compresa la virtuosa Lucrezia che scopre il piacere sessuale derivato dall’incontro con un giovane uomo a dispetto del non vigoroso Nicia. La commedia, pur amara nelle considerazioni etiche che scaturiscono e che coinvolgono anche un frate, quindi trasversalmente ogni dimensione sociale, confermando la teoria dell’autore sulla corruttibilità della natura umana e sulla sua tendenza al male, è alleggerita dal tono ilare che coinvolge in primo luogo la dimensione del parlato: la lingua veicola, con volgarità vernacolari più o meno esplicite, una dimensione sociale che pare mossa solo dal puro piacere.
La “Mandragola” è anche lo sguardo impietoso dell’autore costretto a “badalucchi” nel triste tempo dell’allontanamento da Firenze, deprivato di ogni partecipazione politica e civile: la beffa è il mezzo per scoperchiare l’apparenza borghese, la realtà è solo un gioco di ruoli in delicato equilibrio.


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