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  Letteratura  »  Il tempo che trasforma, di Patrizia Fazzi, edito da Prometheus e recensito da Stefano Pasquini 15/11/2022
 
Il tempo che trasforma – Patrizia Fazzi – Prometheus – Pagg. 136 – ISBN 9788882202798 – Euro 15,00


Il tempo che trasforma mi è parso da subito un titolo di ispirazione esistenzialista. L’idea della vita che scorre, che cambia per il solo fatto di andare avanti, sempre aventi e di non potersi mai fermare. L’Esistenzialismo è infatti quella corrente filosofica che ha posto l’accento sulla vita umana come entità basata sul fluire del tempo, caratterizzata da precarietà e transitorietà. Questi temi erano già stati sviluppati anche dalla cultura classica, a partire dagli autori delle tragedie greche fino a poeti come Orazio o filosofi come gli stoici.

La citazione di Seneca all’inizio della raccolta va in questo senso: Tamquam semper victuri vìvitis, numquam vobis fragilitas vestra succurrit”, e cioè “voi vivete come se doveste a vivere per sempre, non vi viene mai in soccorso la vostra fragilità”. Seneca nota che neppure la fragilità non ci aiuta a comprendere. Ecco il valore euristico della fragilità dell’esistenza: ci consente di scoprirne la mancanza di un fondamento. L’esistenza è sempre sospesa sul vuoto.

Questi concetti li ritroviamo in molte poesie di questa raccolta: Dal davanzale del tempo (pag. 115): “dal davanzale del tempo / il mulino degli anni / che macina e gira / i giorni e i mesi”. Si avverte in questi versi il fluire dell’esistenza; La vita che si snoda (pag. 32): “La vita che si snoda tra le cose / le cose che si affollano alla mente / e contro quelle non puoi farci niente (…)” e la seconda strofa: “si snoda la vita tra le vie urbane / tra gente che saluti, / a cui dai la tua mano / ma non ti guarda negli occhi / solo vede, sente, parla, / tu rispondi, ma non sei più tu davvero”; emerge l’estraneità, altro elemento essenziale dell’esistenzialismo. Inoltre segnalo La scala vitale (pag. 116): “Sentire lo sgocciolare del tempo, / appiattirsi gli scalini dei mesi, / chiedersi invano il numero / dei giorni rimasti”. Qui Patrizia Fazzi cita parole di Orazio dalla poesia Carpe diem: “scire nefas”, che significa “non si può sapere quanto durerà la nostra vita”. Ecco di nuovo la precarietà, l’assenza di fondamento dell’esistenza

Viene in mente Sartre, L'Être et le Néant: il tempo come continuo e progressivo annullamento dell’essere. Nella poetica di Patrizia Fazzi però l’esistenzialismo ha una svolta in positivo: il tempo non è solo annullamento ma anche metamorfosi.

Nella poesia Il tempo che trasforma, che dà il titolo alla raccolta, si legge:


(…)

Il tempo è uno scalpello

che giunge fino al nocciolo dell'anima

e lì lavora,

lì si compie la vera metamorfosi

(…)

E quel nocciolo dell'anima

forse ha dato ecco frutti e fiori,

partorito gemme e foglie sul suo ramo


Cos’è il nocciolo dell’anima? L’anima è la parte spirituale di un essere umano: ma il nocciolo cos’è? Vediamo di capirlo.

Anzitutto “anima” è una delle parole più presenti nella raccolta di poesie, a partire dal fatto che è nel titolo del Preludio: Fino all’anima.

S i delinea un percorso interiore molto singolare: È nel silenzio (pag.38): “è nel silenzio / che ti ritrovo, / anima mia, ascolto i battiti/ che da un altrove nascono / e crescono”; Fino all’anima (pag. 39) che finisce così: “e riscoprire / sotto il velo degli errori e delle illusioni, / pulita e chiara, / la mia vera me stessa. / Vorrei essere nuda / fino all'anima”. L’immersione nella propria anima, dunque, per Patrizia Fazzi è sempre positivo, non è un perdersi, è un ritrovare, un ritrovarsi.

Questo emerge chiaramente nella poesia Ho dovuto riattingermi.


Ho dovuto riattingermi,

fissare lo sguardo nel buio

di un'acqua antica

e a fatica issarla

con stridore di carrucola.


Ho dovuto riattingermi,

bere il fresco puro

di quell'acqua

e il suo retrogusto amaro.

Con stupore

ritrovare

linfa e fermenti intatti.


Elementi come l’acqua da issare e la carrucola rimandano ad una poesia di Eugenio Montale che fa parte della raccolta Ossi di seppia:


Cigola la carrucola del pozzo,
l'acqua sale alla luce e vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo secchio,
nel puro cerchio un'immagine ride.

Accosto il volto ad evanescenti labbri:
si deforma il passato, si fa vecchio,
appartiene ad un altro...

Ah che già stride
la ruota, ti ridona all'atro fondo,
visione, una distanza ci divide.

Le due poesie parlano della necessità di confrontarsi con il proprio passato, utilizzando la metafora dell’acqua nel pozzo e della carrucola, ma hanno due esiti diversi ed opposti. Infatti in Montale l’operazione di recupero del passato non riesce, resta una distanza, è maturata ormai una estraneità. Patrizia Fazzi, invece, pur con un “retrogusto amaro” riesce a “ritrovare / linfa e fermenti intatti”. Per ritrovarsi bisogna però scendere a fondo, fino al “nocciolo dell’anima”. Ci domandiamo di nuovo: cos’è questo nocciolo dell’anima?

L’immersione nella propria anima, dunque, per Patrizia Fazzi è sempre positivo, un recupero di identità.

Il confronto con il mondo esterno è invece spesso doloroso, porta a lacerazioni profonde, come emerge nella poesia Scissa (pag. 34):


Vivere dissociata

scissa

tra il tuo mondo di parole

che esondano saettando nel buio

e portano la luce

e

il mondo degli altri

che si agita

si muove

si ripete

ti guarda come un marziano.


Il confronto con il mondo implica anche il misurarsi con la lacerazione più profonda, che è la morte. Secondo Ruffilli, nella sua introduzione, questo è il tema centrale della poesia di Patrizia Fazzi. Mi permetto di dissentire, almeno in parte.La sottosezione Spoon River Anthology contiene poesie dedicate ad amici che non ci sono più. A Cinzia (pag. 52):


È stato come toccare l'abisso

vederti tenera carne

distesa nella penombra,

crocifissa la gola,

tarpati i gesti e la voce,

figura dolente e ghermita.


Questa poesia mi ha commosso perché mi ha fatto ricordare l’immagine della mia povera Carla sulla sua bara. E ancora La sfida cortese (pag. 54) è dedicata a due amici alpinisti:


Su su

passo dopo passo

un sasso come gradino

e uno sperone appiglio amico

contro il vuoto


Su su

nella roccia che incunea in sé

il tuo corpo a corpo

ti abbraccia

e ti respinge,

la sua pietra

è una spalla,

una mano da afferrare al volo…


Questa poesia narra dell’ascesa al monte, così come La piccozza (Odi e inni) di Giovanni Pascoli. Eccone alcuni versi:


Ascesi il monte senza lo strepito
delle compagne grida. Silenzio.
      Ne’ cupi sconforti
            non voce, che voci di morti.

Da me, da solo, solo con l’anima,
con la piccozza d’acciar ceruleo,
      su lento, su anelo,
            su sempre; spezzandoti, o gelo!


Le due poesie sono accumunate dal tema della salita in montagna e dall’uso frequente della preposizione su. Si differenziano perché Patrizia Fazzi canta la passione comune a due amici, mentre Pascoli mette l’accento sulla solitudine dello scalatore. Nella raccolta, dunque, il tema della morte è importante, come lo era per l’esistenzialismo, ma non predominante.

Basti citare le poesie del sole, un altro termine molto presente, come anima.

Il sole rappresenta l’energia positiva del mondo, capace di combattere il freddo, le tristezze, le angosce. Il sole diventa importante proprio d’autunno o d’inverno, come antidoto al freddo ed alla tristezza: Ad ogni passo (pag. 30): “Il sole è alto in un ottobre generoso di luce”. Il sole d'inverno (pag. 108): “Sbuchi all'improvviso, sole, / e ci sorprendi anche in una giornata di seminverno / con le mani gelate e il cuore ancor più / per l’ansia di non riuscire a fermare / il dolore, le morti ingiuste, i guizzi del caos”; e ancora : Aurea senectus (pag. 114): “è un autunno di sole e di luce, / aurea senectus di un'estate che non vuol morire”.

Il sole rappresenta anche la felicità perduta, quella che non abbiamo saputo cogliere per colpa nostra: Quanto sole (pag. 105): “quanto sole ci siamo persi, / un'estate tutta da vivere / e non l'abbiamo vista, / abbagliati dal grigio delle stanze”.

Il sole viene addirittura interiorizzato e quindi diventa parte della nostra anima: Questo sole che mi abita (pag. 28): “questo sole che mi abita / e che mi scalda parole / nel crogiuolo sempre acceso della mente, / questo sole irriverente / che splende anche nei giorni allagati di lutto”...(finale) “questo sole che mi abita / e arreda tutte le stanze, / lo voglio inseguire / come il vento l'aquilone / e poi posare piano / sui mobili di ogni casa, / infinito raggio”.

Ecco allora l’anima, la morte, il sole, temi centrali dell’opera di Patrizia. Tutto è tenuto assieme dalla poesia, una poesia che può salvare la vita, come si legge nella penultima poesia della raccolta.


Non mi lasciare, amica poesia,

sola con le mie inquietudini,

i miei nodi irrisolti

e irrisolvibili.

Dammi il tuo respiro lieve

e il miracolo di parole libere,

miele amaro dei giorni.


Ma la poesia ha la forza di salvarci anche dal materialismo e dal nichilismo, in questa epoca che vede il dominio del pensiero calcolante, per usare un concetto di Martin Heidegger. È il pensiero che riduce la natura a mero oggetto di calcolo. Ormai è importante solo quello che può essere espresso in termini di numeri: la produzione, il consumo, l’economia. Tutto il resto è marginale o addirittura un lusso che non possiamo permetterci.

Tutto questo ci porta al nichilismo, ad una vita piena di cose materiali ma povera di senso. Per questo Heidegger dice che bisognerà costruire “un altro pensiero”, alternativo al pensiero calcolante, un pensiero che non riduca la natura ad oggetto, ma sia capace di confrontarsi con il suo mistero. La poesia, la musica, l’arte sono le basi di questo “pensiero altro”.

Ma la poesia è un dialogo fra l’anima del poeta ed il mondo. Ed eccoci allora di nuovo di fronte all’enigma del nocciolo dell’anima.

C’è una poesia che ci dipana questo enigma, si intitola È nel silenzio (pag. 38).


E nel silenzio che

che ti ritrovo,

anima mia,

ascolto i battiti

che da un altrove nascono

e crescono,


sogni che si espandono

nel cavo del pensiero

e che riportano

nella giostra dei rumori un senso,

una pausa invocata:


inaspettato silenzio

che scoperchi piano

gli abissi del dubbio,

del dolore,

dramma che va in scema

in un teatro vuoto

e sono te, silenzio,

vuole come spettatore.


Il nocciolo dell’anima è dunque la sua parte più profonda, quella ancora razionale ma a diretto contatto con l’irrazionale delle passioni, delle emozioni, delle pulsioni dell’Es. È quella parte che, come scrive Patrizia Fazzi, sa cogliere i battiti, i sogni, gli abissi del dubbio, che ci assalgono e ci sgomentano, ma sono i soli che possono dare un senso alla nostra vita.

Il nocciolo dell’anima è proprio quello che, attingendo da questi abissi, crea la poesia, quella che ci commuove, che ci trasforma, che è capace di rinnovarci attraverso le parole. Una poesia come quella di questa bellissima raccolta.

Stefano Pasquini


 
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